Sull’Isolamento I

Diciamolo onestamente, non è certo una stupidissima e infantile questione, o persino “ripicca”, -idiota- attorno al detestabile “voler essere capiti”, rigurgito inacidito di una personalità tanto banale e misera quanto presuntuosa e narcisistica, ingenua fino a suscitare una meritata rabbia, violenza, e meno che mai l’anelo ad “essere apprezzati”, elemosina, accattonaggio, antidepressivo da microdotati cerebrali, per non parlare del nostrano “vittimismo” plebeo -e plebeo del potente-, è, invece, proprio il senso di assoluta estraneità estetica a spingere alla totale indifferenza e noncuranza degli altri, delle loro parole, dei loro orribili mondi. Mondi fatti di microscopiche e capillari recite e soddisfazioni personali, raccattate in singole vite puntellate sempre su quelle dei “vicini di casa”, un fragile castello di carte giocate da bari che non vincono, se non vincono pure gli altri bari del tavolo verde e liso della vita, a costo del sacrificio dell’indipendenza di ognuno. L’estetica, la nausea che essa provoca, il gusto (inteso come un sapore, una stimolazione olfattiva) conducono all’impossibilità assoluta della frequentazione, e specie empatica, affettiva, del prossimo, se non a costo di essere invasi, anzi assordati, prima o poi, ad ogni tentativo, da una devastante nenia di solitudine interiore, amplificata, nei saloni e nei teatri buffonescamente decorati del quotidiano, proprio dall’eco di presenze che la solitudine effettiva farebbe, e fa, tacere e dimenticare; le smarrisce, le sfolla come un agente d’ordine pubblico che dica: “non c’è niente da vedere”, lo dice a chi si mostra, non a chi osseva. Finalmente! Loro invece riverberano nella distanza il suono del languore. Non da un senso di superiorità, né da uno di inferiorità mascherato dall’altro, ma dall’esplicitazione inerte e lassista dell’incomunicabilità col prossimo, o comunque sia da un riconoscimento neutro e privo di valori -e valore- di una “generale impossibilità”, discende la scelta della fuga, la ritirata, l’ostilità, l’isolamento. L’isolamento è coraggio, non vigliaccheria, ma è egoismo e altruismo al contempo, non superbia, in un certo senso è la “scelta etica” -beneficio mutuo- che coincide, per una volta, con la scelta necessaria, e persino (e questo è curioso) con la più abissale e tombale rinuncia nichilista.

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