Sullo “Strano Libro” del Circuito Quindici-Novantaquattro della Biblioteca di Babele di Borges  

Come tutti, suppongo, ho avuto il mio primo contatto con l’infinito cercando di contare fino alla fine dei numeri. Ovviamente, si arriva subito alla vertiginosa conclusione che tale fine non esiste; da bambini ci si spaventa un po’, ma ci si rassegna pure piuttosto in fretta.
Con certa propensione alla complicazione e specie all’ostinazione, però, non ho mai del tutto rinunciato all’idea che un numero finale e definitivo possa esistere. Ammesso che ci si metta d’accordo in primo luogo su cosa significhi “esistere”.

Magari potrebbe dirsi che non avrebbe senso sostenere “l’esistenza” di un numero superiore al più grande che la maggiore intelligenza nell’universo avrebbe la possibilità di concepire durante tutto il tempo a sua disposizione. Il che equivale a dire: che l’Universo potrebbe arrivare a concepire; dato che qualunque intelligenza sorta all’interno di un Universo non sarebbe altro che un suo tentativo di comprendere se stesso.

Un numero mai pensato, possiamo essere sicuri che sia proprio “lì” dove ci aspetteremmo di trovarlo? Non dovremmo effettivamente pensarlo, per esserne certi, in modo, come dire, “scientifico”? Non potrebbe essere solo una scorciatoia pigra, o un abbaglio mentale, risolvere la questione dell’infinità dei numeri affermando che si può sempre aggiungere qualcosa al più grande numero già identificato? E così successivamente? Non lo è del pari immaginare che due linee parallele non convergeranno? Prima o poi potrebbe avvenire… Che poi è una delle meravigliose stilettate dissacranti di Hume al buon senso geometrico. E in strani eoni… direbbe Lovecraft. 

Che una lingua sia illimitata è del pari controverso, come illustra il nostro amato Borges. Ma l’intuizione qui funziona tutto sommato al contrario che coi numeri; si può arrivare facilmente ad avere l’impressione che il numero di parole di ogni lingua dovendo essere limitato, limiterà anche le loro possibili combinazioni. Anche “il dicibile” sarà limitato, e prima o poi si arriverebbe ad una inevitabile ripetizione. La questione, però, è aperta. Può una creazione e risorsa umana, il linguaggio, assurgere per davvero alla categoria disumana di “infinito”?

Le parole, per esempio, possono pure essere usate per nominare numeri, e qui dovranno del pari essere infinite senza doversi necessariamente ripetere. Non solo, ma anche le lettere di una singola parola dovranno prima o poi pure arrivare ad essere infinite, per nominare un numero tendente all’infinito o addirittura infinito.
Si tratta di parole a cui nessuno potrebbe mai dare voce, ha senso soffermarsi su un concetto del genere? Non abbiamo niente di meglio da fare che questi vani esercizi vagamente intellettuali?

Forse no, ma già che ci siamo, ricordiamo che sempre in Borges, un suo personaggio Funes, essendo dotato di una memoria eccezionale, non ha bisogno di basare la numerazione sul sistema decimale, ma conferisce ad ogni numero una parola diversa arbitrariamente, il suo sistema per definire ogni cifra non segue alcun metodo organizzato. Non è un sistema.   

Aggiungiamo che anche voler recitare esaustivamente le sequenze di numeri irrazionali dovrebbe garantirci la fine dell’universo prima di poter esaurire l’impresa; anzi addirittura prima di poterla neppure cominciare in modo minimamente significativo. Seppure iniziassimo immediatamente e proseguissimo fino alla fine dei tempi a sputare numeri (magari con qualche strambo marchingegno), non concluderemmo nulla, dato che la parte finita di un numero infinito sarebbe comunque una percentuale del medesimo sempre pari a zero. Chi segua Elon Musk un po’ sa che l’autentica esistenza di numeri irrazionali è argomento usato per negare che il nostro universo possa essere una simulazione, altrimenti opzione del tutto ragionevole. Nessun calcolatore potrebbe contenerli.    

Ma soffermiamoci per un momento su un punto in particolare e su un libro in particolare citato nel racconto “La Biblioteca de Babel” e confrontiamola con un tratto abbastanza conosciuto della lingua inglese.

Il redattore della storia cita un libro che suo padre aveva a disposizione, molto consultato in quella parte dell’Universo a esagoni:

… Uno, que mi padre vio en un hexágono del circuito quince noventa y cuatro, constaba de las letras MCV perversamente repetidas desde el renglón primero hasta el último. … cuatrocientas diez páginas de inalterables MCV no pueden corresponder a ningún idioma, por dialectal o rudimentario que sea. Algunos insinuaron que cada letra podía influir en la subsiguiente y que el valor de MCV en la tercera línea de la página 71 no era el que puede tener la misma serie en otra posición de otra página, pero esa vaga tesis no prosperó.

Per chi non ha troppa familiarità con lo spagnolo:
… Uno, che mio padre vide in un esagono del circuito quindici novantaquattro, consisteva nelle lettere MCV perversamente ripetute dalla prima all’ultima riga. … quattrocentodieci pagine di inalterabile MCV non possono corrispondere a nessuna lingua, per quanto dialettale o rudimentale possa essere. Alcuni hanno suggerito che ogni lettera potrebbe influire su quella successiva e che il valore MCV nella terza riga della pagina 71 non è quello che la stessa serie può avere in un’altra posizione su un’altra pagina, ma quella vaga tesi non ebbe successo.

Soffermiamoci su questo passaggio e in particolare sulla “vaga tesi” che non ebbe successo, dato che in inglese, in strane conformazioni, anche le parole quotidiane possono produrre effetti curiosi simili a quello lì ipotizzato.

È abbastanza noto, per esempio (se ne parla in VSauce nel bellissimo video: Dord) che in inglese si può ripetere la parola “police”, “polizia”, e anche verbo “vigilare/pattugliare/controllare”, per avere una frase di senso compiuto, senza aver bisogno di altro.
Vediamo la versione del video, con otto ripetizioni: police police police police police police police police.
Come dire: “la polizia della polizia, la polizia che la polizia della polizia della polizia controlla, controlla la polizia.”
Possono aggiungersi termini all’infinito generando concetti sempre simili, ma originali. Del pari in Monty Python: “i padri dei padri”, “i padri dei padri, dei padri”, “i padri dei padri, dei padri, dei padri” o qualcosa del genere. 

Sappiamo che non solo i libri della Biblioteca esauriscono le combinazioni di grafemi, ma anche che così facendo dicono tutto il dicibile in ogni lingua. A loro volta anche le lingue potrebbero essere innumerevoli, ed ogni combinazione potrebbe assumere ogni senso in ognuna di esse.

Insomma, nella Babele del completo esaurimento del dicibile c’è anche la completa perdita di riferimenti e strutture di cui ogni senso (e lingua) ha bisogno. Lì non solo l’idea che tre lettere ripetute non possano assumere senso rimane corta, ma persino quella che qualunque farraginoso agglomerato di cacofonie non debba averlo in qualche strana trascrizione di linguaggio alieno, lo è. Dopo tutto, persino la lingua più parlata al momento sulla Terra ci propone esempi che smentiscono questa frettolosa ricusazione. Approdiamo praticamente al “nulla è” di Gorgia, o almeno alla parte in cui non sarebbe comunicabile ad altri. Come la bellezza è negli occhi di chi guarda, così anche il senso è in chi lo percepisce, e del pari fragile quando non illusorio. 

Ci sarà, da qualche parte, una lingua che non usa spazi, dove le lettere MCV significheranno qualcosa di analogo a “police” in inglese, o ne sono una sua del tutto ammissibile abbreviatura. Si sa che varie lingue scritte, tra cui l’ebraico tradizionale, mi consta, non fanno uso di vocali, ad esempio.

La polizia della polizia della polizia, la polizia che la polizia della polizia della polizia della polizia controlla, controlla la polizia della polizia, la polizia che controlla la polizia.

E nel delirio e la vertigine che la Biblioteca ci provoca e provocherà sempre, possiamo arrivare pure all’estrema conclusione che essa non contenga in definitiva altro che una sola, immane, parola.

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