Due parole in croce sull’abolizione del reato di clandestinità

Il reato di clandestinità è assolutamente inefficace ed è (ne è il frutto) il solito “proclama” populista che, cavalcando un legittimo malcontento (ormai siamo al 40% di disoccupazione giovanile, esportiamo ingegneri e dottorati e importiamo islamici ostili e pezzenti, ma è una storia che va avanti dai tempi della sua introduzione) non solo non risolve, ma anzi in un certo modo complica e ingolfa un sistema giudiziario e penitenziario già al collasso. Presuppone, inoltre, un aggravio di spese, burocrazie e scartoffie, e molto altro ancora di negativo (anche teorico), ma non vorrei dilungarmi.

In effetti non concede nulla di positivo, almeno come viene concepito e nei termini concreti in cui è stato architettato. Ciononostante la sua abolizione ora, nella attuale situazione sociale, e sulla scorta ripugnantemente emotiva e pietosa del dramma di Lampedusa è ancora peggio che il suo mantenimento. Mi pare incredibile che non si capisca!

Innanzitutto risponde in modo pieno alla peggior interpretazione di un risibile senso di colpa: è il suo riflesso più superficiale e intrascendente, momentaneo, istintivo, ruffiano, debole, ipocrita. Insomma, questo reato viene tolto per le stesse abbiette ragioni -o peggiori- per cui è stato messo e in buona parte dalle stesse perenni persone cialtrone della casta.

Inoltre, dal punto di vista della opportunità, e di alcune conseguenze di tipo pratico, quindi, la sua soppressione disabilita quel minimo di deterrenza (alla mago di OZ, inefficace) che un ignorante potrebbe comunque sentire al voler entrare in Italia, potrebbe anzi incentivare gli arrivi di clandestini, e da ultimo -più grave- lancia un segnale sconfortante verso la popolazione italiana, già sbrindellata, sofferente, sfiduciata, che si sente invasa da un’orda di gente impreparata, indifferente al paese, distante e problematica che gli costerà danaro; e peggio ancora si sa abbandonata a un misero destino difficile e spaventoso a beneficio di perfetti sconosciuti.

L’ennesimo errore -tremendo- di una classe politica di cui non mi stanco di chiedere la testa, come traditori della patria.