Toast e Brindisi

Mi ha captato l’attenzione il modo di dire “brindisi” in lingua inglese, dove si usa la parola francese per “bruschetta”: toast. Come mai?

Ma facciamo una premessa. Considerando quanto capillarmente diffuso sia l’utilizzo di alcool nella cultura occidentale, e tenendo anche in considerazione i suoi poderosi effetti, sono spesso arrivato a pensare che esso sia uno degli inconfessati pilastri della stessa.

L’impiego dell’alcool è non solo piacere praticamente quotidiano dei più, ma è stato anche molto vario e specifico; ricordiamo solo che era usato per infondere coraggio in battaglia, anestetico, il suo consumo è sempre stato e continua ad essere motivo di aggregazione sociale (anestetico), si beve nelle feste e ricorrenze, in famiglia (anestetico), tra amici, ad esso si affida la celebrazione di momenti importanti e addirittura un consumo sregolato, solitario ed eccessivo assurge a volte quasi ad affascinante tratto distintivo di certune professioni, quali per esempio quella di scrittore.

E si perde nella notte dei tempi l’uso apotropaico delle bevande alcoliche, accreditato anche da Omero, e molti altri, il quale resiste anche oggi, in era (pressoché) razionalista, quando per gentilezza e come segno di amicizia e cordialità alziamo il calice o addirittura urtiamo il bicchiere del compagno di bevute, e auguriamo qualcosa, dicendo ognuno la nostra parola o frasetta di rito, se non vogliamo impegnarci nell’elaborazione originale di qualcosa di più preciso e complesso noi stessi.

“Alla salute!” o solo “salute!” “Salud” in Spagna, “slainte” in gaelico, che vale lo stesso. “Prosit!” o “prost” in Germania, “cincin”, “cheers”, “skål” e via discorrendo.

Ma prima vediamo una curiosità del linguaggio. Il “brindisi” e il “brindare” si ritrovano anche in spagnolo e portoghese con la stessa radice, ma lì finisce, perché non è solo in inglese che si usa “toast”, ma anche in greco (τοστ), francese, e pure in tutte le lingue scandinave. In svedese per l’esattezza si “fa un toast”, anche se il verbo per brindare viene dalla parola che si usa durante lo stesso e che famosamente è: skål (skåla è “brindare”).

Brindare, curiosamente, ha origine germanica, da “bring-dir” che vale “porto questo a te”, “ti porto”, quindi forse “ti porgo”, “ti dedico” ovviamente il sottinteso bicchiere.

L’atto di battere l’uno contro l’altro i calici nel brindisi viene a volte erroneamente attributo alla leggendaria intenzione di far mischiare i contenuti di ciascuno a seguito dell’urto, in modo tale da dimostrare che non vi sia ragione di essere sospettosi e che nessuno di essi contiene veleni. In effetti, parrebbe essere nato, invece, per provocare una sonorità festaiola e allegra: il rintocco di una campana, o simili.

Digressione! Una spiegazione “crudele” e analoga ho ascoltato –anche essa suggestiva, ma del pari priva di conferme- in merito alla proibizione di dare la mano (non è assolutamente educazione) indossando il guanto, regola del bon ton che solo le donne possono derogare, anche perché non hanno una stretta potente, che invece sarebbe necessaria per pungere, con un anello nascosto e dotato di una cuspide intrisa di veleno, la persona che stiamo ingannevolmente salutando in apparente amicizia. Bei tempi! …Quelli passati, se gli usi erano davvero modellati sul prevenire ammazzamenti proditorii, ma probabilmente, e più che altro, è la fantasia umana ad essere sempre attratta dal macabro.

La parola greca antica per “brindare” era philotesìa, come è evidente a chiunque, derivata da “amicizia”, e indicava appunto il gesto amichevole di offrire da bere e augurare buona salute. Ma oggi anche in Grecia, come in praticamente tutti i paesi, Germania compresa, si è imposto il termine inglese di origine francese.

Il toast è un pezzo di pane abbrustolito che è arrivato ad indicare il brindisi in quanto in origine, assai speziato, veniva inzuppato nel vino, forse per renderlo più gradevole. Costume tanto diffuso e monocorde da aver fatto passare il lemma “dal solido al liquido” o almeno al celebrativo (in effetti ancora oggi ha doppio significato) anche quando il pane è del tutto scomparso dai bicchieri.

Probabilmente, l’uso primo della parola nel senso di brindisi deriva da un passaggio di Shakespeare, quando Falstaff dice: “go fetch me a quart of sack; put a toast in’t”.

La radice del vocabolo è ovviamente presente anche in italiano nel verbo “tostare”, dove è pure comune il “toast” (ma solo col significato di pane –e specie in cassetta- abbrustolito) il quale discende dal latino “tostum”, supino di torrere, “seccare” e “abbrustolire”, dalla radice etimologica –tars pure essa di “seccare”, da cui vocaboli ad alta disponibilità come “torrido”, “torrefazione”, e probabilmente anche “tosto”, nel senso, chissà di “indurito”. L’effetto del tostare è infatti uno specifico dei tanti provocati dal fuoco (o del calore), piuttosto rapido e violento, per chi usa il linguaggio propriamente, e diverso, per esempio, dal rosolare, che è più lento, o dallo strinare, lo stufare, l’arrostire, il brasare, l’abbronzare, etc.

Curioso, quindi, che in italiano si usi una parola di origine germanica, e nel resto dei paesi una di origine latina, per indicare il gesto di bere alla salute.

Tale usanza ha conosciuto una enorme fortuna, sino ad arrivare ad essere così diffusa e complicata da necessitare di una specie di “regista” in alcuni contesti. Il “toast master” dei secoli XVII e XVIII, in storia non famosi per la loro sobrietà, agiva come una sorta di arbitro, garantendo che non si eccedesse, ma che al contempo tutti gli astanti ottenessero la possibilità di proporre il loro brindisi. Le ubriacature dovevano essere terribili, se tutti demandavano il turno per una pomposa dedica specifica, ed esse non aiutano certo garbo e lucidità. Il suo ruolo era necessario posto che, perse le prime inibizioni con la reiterazione del gesto “terque quaterque”, si finiva inevitabilmente per perdere il controllo della situazione e bere ininterrottamente e specie rovinosamente.

Già che ci troviamo, accenniamo anche che giochi sociali elaborati e intrecciati attorno al bere alcool si diffusero molto ed ebbero vasta fama in certi ambienti, specie con il fine di impressionare le dame, tanto per cambiare. Forse, l’esempio più clamoroso di tali sciocchi minuetti a fini copulativi è rappresentato dal costume da “scimpanzé coraggiosi” di tagliarsi e mescolare il proprio sangue alla bevanda per poi celebrare la donna scelta, così dimostrando, nell’abnegazione del dolore, la propria insuperabile devozione; che puntualmente sarà stata incline ad afflosciarsi e ridimensionarsi (come tutto il resto) dopo averne ottenuti i favori dell’amplesso. Shakespeare è ancora una volta il riferimento più antico ed autorevole per accreditare questa bizzarria, quando nel Mercante di Venezia, il Re del Marocco racconta lamentandosi: I stabbed my arm to drink her health, the more fool I, the more fool I.

Sulle parole più comunemente usate durante i brindisi, invero, non c’è molto da dire, tutti sanno che cincin viene dal cinese (prego, prego), probabilmente si è diffuso anche per ragioni onomatopeiche, ricordando, per pura casualità, il rumore del cristallo che batte su altro cristallo. Per il resto in genere si augura salute, anche in gaelico, o buona fortuna, così come con il prosit latino, passato al germanico, “ti giovi”.

L’unica storia particolare è quella dello scandinavo skål, che significa coppa, ma che alcuni riconducono al vocabolo per “cranio” (come in inglese skull, che è imparentato con shell –conchiglia-, ma, per quanto ne so, non con “scodella”) sostenendo che gli antichi e feroci vichinghi avessero l’uso diffuso di bere da coppe ricavate dai crani dei nemici uccisi e vinti. In tal caso dire skål equivarrebbe a chiedere per sé il cranio per poter bere: “passa la coppa, tu!”

Innumerevoli gli esempi e le storie in cui si beve da un teschio, per amore citerò solo il romanzo “il Maestro e Margherita” dove Woland -vale a dire Satana-, al ballo dei dannati, offre alla sua Regina per una notte, se ricordate, un calice del genere, ma forse la frase più celebre in Italia relativa a coppe craniali è quella che si riferisce alla vicenda di Rosmunda e Alboino, dove, nella parodia di Campana, il crudele re longobardo è fatto dire: “bevi Rosmunda dal teschio di tuo padre!” Frase celeberrima, a volte erroneamente attribuita all’Alfieri in virtù della sua tragedia, appunto: Rosmunda.

Infine, l’espressione più comunemente usata in lingua inglese durante il brindisi, cheers, pure viene remotamente dal latino “cara” (viso, volto, faccia, così come ancora oggi in spagnolo, appunto: “cara” –“dar la cara”, equivale, ad esempio, a: “metterci la faccia”-) giunto attraverso il francese e usato probabilmente in origine in ambiente nautico come incoraggiamento. D’altra parte, avventuriamo, avere una “buona cera”, è anche esso sinonimo di salute ed è evidente che dal volto appare lo stato generale di una persona, sia nel bene che nel male, e che sia in situazioni liete (esempio: matrimonio) che spiacevoli (esempio: funerali) si usava proporre un brindisi.  

Invece del latino cara, in italiano si è imposto l’altro termine latino facies, dal greco “apparire” phasis.

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