Tradimenti e Vicende di Sangue del Medioevo; Parte I

Due parole introduttive 
Il tradimento, l’inganno, la slealtà, sono strumenti della lotta politica di ogni tempo e luogo, per esempio e per non fare sconti a nessuno, dove vivo ora è noto che non s’è mai rispettato un solo patto coi Nativi Americani, ma le particolari condizioni storico-sociali italiane li hanno fatti assurgere lì quasi a dottrina, non solo con Machiavelli, ma fin nel semplice quotidiano di ciascuno ancora oggi.

Non è certo raro sperimentare o contemplare nella vita sociale italiana: maldicenza, voltafaccia, voltagabbana, soggetti inaffidabili, assalti al carro del vincitore, servilismo e rinnegamenti, interesse personale a scapito del collettivo, e molto altro del genere, tutti corollari di un unico soggetto centrale e unico atteggiamento umano, tutto sommato. Altrove ciò non è così marcato o estremo, credo di poter dire, sempre concedendo, come da premessa, che il mondo si somiglia tutto e che traditori, pavidi, egoisti, e simili sono ovunque e i primi, per definizione, sempre dove meno te li aspetti.  
Di questa lunga e speciale tradizione di odi, rancori, livore, settarismo, faziosità, partigianeria politica, campanilismo, la cui estremizzazione, negli oltre duemila anni di storia del posto, rimonta però in specie alla particolarissima situazione comunale medievale, si pagano ancora le conseguenze e si percepiscono ancora durevoli strascichi con profonde implicazioni e complicazioni, che si riverberano sin nella più stupida delle situazioni, magari il calcio, come nella più importante, certo non ultima quella di aver voluto basare la forma democratica e repubblicana del secondo dopoguerra su un oggetto assai controverso e divisivo, oltre che a suo modo “leggendario”, come la Resistenza. Non voglio impelagarmi! La finisco qui! Me ne lavo le mani… dopo tutto anche questo è tipico dello Stivale e della sua politica.         
D’altra parte, senza farla troppo lunga adesso, tutto il cristianesimo fa perno su tradimento e affini; non solo Giuda è figura centrale con il suo gesto, Pilato pure con il suo, ma anche San Pietro rinnega tre volte Cristo, e la vigliaccheria serpeggia da migliaia di anni come un elemento centrale della nostra cultura individuale e collettiva. Ovviamente anche l’opposto è parte integrante della stessa cultura, come di ogni altra: valore, generosità, abnegazione, eroismo, rigore, integrità, etc. L’uomo è quello che è, ma l’Inferno è sempre più interessante del Paradiso. Qui, scottati anche a titolo personale dalla slealtà, soffermiamoci specialmente sul primo, viene da dire “l’Inferno umano”. Anche perché il tradimento in particolare è un soggetto davvero interessante, in primo luogo dato che la vittima, fidandosi, è in un certo qual modo complice delle suo nemico, che non credeva essere tale. Non si può tradire chi non si fida, ma non si può nemmeno creare una società in un mondo tiranneggiato da una assoluta sfiducia e diffidenza.  

Qui di seguito ho raccolto, come in mio uso da qualche anno, e come per esempio ho già fatto con i testi su I Boia e Altre Atrocità, le notizie e vicende che ho ritenuto più interessanti e curiose, in genere caratterizzate da un filo rosso di tradimenti e slealtà in politica (ma c’è qualche eccezione) e sempre e comunque fatti di sangue. Alcuni paragrafi sono, anche questo è qualcosa che amo fare, un po’ erratici, mi lascio condurre dal vento dei collegamenti. Potrei spacciare il tutto come un “condensato di anni di letture”, ma è assai più semplice di così; ho meramente realizzato una “collezione”, proprio come si fa con le figurine dei bambini, un lavoro, devo dire, molto semplice e grato, venuto fuori componendo i vari brani per agevolare la lettura e la consultazione, ma toccando il meno possibile quanto reperito da fonti in rete, e segnatamente: Wikipedia, le Enciclopedie Treccani, qualche altra sporadica fonte da Google Libri, un paio di commentari alla Divina Commedia, il solito Sermonti, se del caso qualche notizia in altre lingue, o arrivatami tramite mio padre e la sua non comune erudizione. Ovviamente ho cercato di essere rigoroso e di verificare quello che ricostruisco, ma invito sempre i più solerti ad ulteriori approfondimenti e controlli. 

 

  1. Guglielmo VII, che dovrebbe essere quello detto Spadalunga per il suo valore in guerra, ma secondo altri invece è il Buon Marchese, essendo Spadalunga un altro, marchese di Monferrato dal 1254 al 1292, figlio di Bonifacio II degli Aleramici, quello chiamato invece il Gigante e che si era dichiarato re titolare di Tessalonica, compreso quanto stava accadendo ad Alessandria, in rivolta, si spinse in armi fino davanti alla città, ove si accampò. Gli alessandrini lo convinsero allora ad entrare dentro le mura per negoziare protetto solo da una piccola scorta. Venne così catturato e rinchiuso in una gabbia di ferro, dove morì dopo un anno, il 6 febbraio 1292 forse di fame, forse per l’avvilimento, ma certamente ancora prigioniero dei suoi nemici.
  2. L’11 giugno del 1289 a Campaldino il giovane e valorosissimo Capitano dell’esercito ghibellino Bonconte di Montefeltro, esperita una meticolosa ricognizione e constatato “lo soperchio dei nemici” suggerì saggiamente che non dovesse combattersi quel giorno; il vescovo di Arezzo, Guglielmino degli Ubertini, gli diede obliquamente del codardo, e lui gli rispose: “se vi spingerete oggi fin dove mi spingerò io, non tornerete più!” e difatti entrambi, “onestamente combattendo”, rimasero sul campo, dove erano anche presenti Cecco Angiolieri e Dante, quest’ultimo tra i Feditori a cavallo di Vieri dei Cerchi. (Questo episodio è praticamente copiato dal commento all’Inferno di Sermonti)
  3. Nel 1260 a Montaperti, Bocca degli Abati, guelfo traditore, durante la battaglia, si sistemò nel posto giusto per i suoi loschi e spregevoli propostiti e menò al capitano di cavalleria Iacopo del Nacca, della famiglia dei Pazzi, un colpo di spada a tradimento, troncandogli di netto la mano con cui questi teneva alto lo stendardo, guida dei compagni d’arme. Nonostante l’orribile mutilazione, Iacopo riuscì ad afferrare l’insegna con l’altra mano, continuando a guidare i cavalieri nella battaglia. Bocca, allora, con un secondo colpo gli amputò anche quella, e finalmente lo uccise mentre ancora tentava disperatamente di stringere l’insegna strategica con i moncherini sanguinanti. Il gesto del traditore, come voluto, provocò la rotta della cavalleria guelfa disorientata e rimasta senza guida.
  4. Nel 1271 Guido e Simone (di Montfort) vennero a sapere che loro cugino Enrico di Cornovaglia si trovava a Viterbo. Si diressero subito verso la città laziale desiderosi di vendicare l’offesa subita dalla loro famiglia durante la sconfitta nella battaglia di Evesham, affronto che era stato realizzato dal re d’Inghilterra Enrico III, che in detta occasione aveva ucciso sia loro padre che loro fratello, mutilandone successivamente i cadaveri.
    Appena lo trovarono che celebrava messa nella chiesa di San Silvestro, senza esitare, sguainarono le spade e lo uccisero mentre egli si aggrappava all’altare chiedendo pietà. Enrico fu brutalmente assassinato assieme a due vittime innocenti (i due chierici che assistevano il celebrante). Guido non fu punito per l’omicidio, ma venne scomunicato dal Papa per aver consumato un così efferato delitto in un luogo consacrato.
  5. Nel 1286, dopo essere stati torturati, furono giustiziati in piazza del Campo a Siena lo zio e il fratello di Ghino di Tacco, rampollo ghibellino della nobile famiglia dei Cacciaconti, famoso brigante, dalla vulgata considerato ladro “gentiluomo” e, in qualche modo, una sorta di Robin Hood italiano.
    Di lui si favoleggia che compisse imboscate ai viaggiatori sulla via Francigena, informandosi dei loro reali averi prima di derubarli, lasciando comunque sempre di che sopravvivere ed offrendo loro un banchetto prima di congedarsi. Non derubava né i poveri né gli studenti, i quali ultimi all’epoca, va detto, erano invece spesso taglieggiati dal prestito a strozzo di note famiglione di banchieri come gli Scrovegni. Gentiluomo, tuttavia il ladrone non prese affatto bene la sentenza di condanna dei suoi, emanata dal famoso magistrato e giureconsulto Benincasa da Laterina che, fatta carriera, era divenuto un importante giudice dello Stato Pontificio. Per questo si recò a Roma al comando di quattrocento uomini, entrò nel tribunale papale in Campidoglio e lo decapitò mentre teneva udienza, uscendo con sotto il mantello la testa mozza che poi infilerà sulla picca e porterà nella rocca di Radicofani dove aveva stabilito il suo covo e dove a lungo ne espose lo scalpo appeso al torrione. Successivamente però fu perdonato dell’incredibilmente audace delitto, quando decise di rapire l’abate di Cluny, che dopo i bagordi del suo viaggio a Roma si stava recando alle terme di San Casciano dei Bagni, per cercare di trovare sollievo ai dolori di fegato e di stomaco. Il brigante lo chiuse in una torre e per alcuni giorni lo nutrì solo a pane, fave secche, acqua prima, e vernaccia di San Gimignano poi, fino a che il ciccione si sentì molto meglio. La guarigione fu così “miracolosa” che l’abate convinse l’infame Papa Bonifacio VIII a perdonare l’assassinio proditorio del giudice Benincasa, a far nominare Ghino addirittura Cavaliere di S. Giovanni e Friere dell’ospedale di Santo Spirito.
  6. Fulcieri da Calboli, guelfo descritto in modo unanime come uno tra i più faziosi e sanguinari, fu definito da Dante come un “Polifemo avvezzo ad intingere il muso nel sangue umano”; si formò come politico e militare a Forlì, un centro focale della contesa fra le forze ghibelline sorrette da Guido da Montefeltro e le truppe guelfo-papali, in gran parte d’estrazione franco-angioina, inviate nella regione da papa Martino IV, papa francese. La sua carriera politica fu per lo più basata sulla crudele persecuzione, per conto di quelli neri, dei guelfi bianchi e dei ghibellini di Firenze fuoriusciti, una repressione politica particolarmente sanguinosa per la famiglia degli Abati e per altri oppositori sospettati di tradimento. Nel 1303 i magnati fiorentini di parte nera gli affidano podesteria e capitanato per il primo semestre e lui proseguendo le persecuzioni iniziate l’anno precedente da Cante dei Gabrielli (il responsabile dell’esilio di Dante) e Gherardino da Gambara, pur di assicurarsi il rinnovo delle cariche per il secondo semestre, nel primo mese fece tagliare la testa a sette tra i più eminenti cittadini in odore di cospirazione, poi sbaragliato nel Mugello un contingente di fuoriusciti, ne tradusse a Firenze una selezione e ne fece torturare e decapitare in piazza una ventina. 
    Cante dei Gabrielli forse morì avvelenato dai ghibellini eugubini, nel 1335. Gherardino da Gambara era discendente della Gambara regina dei Longobardi e mitica madre dei fratelli Ibor e Aio, primi re in diarchia di cui parla Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum.
  7. Sassolo Mascheroni, della famiglia dei Toschi di Firenze, pare avesse ucciso a tradimento un nipotino, forse figlio di un fratello, o uno zio, oppure il figlio di suo zio, per ottenerne l’eredità; il fatto è narrato da vari antichi chiosatori, con qualche variante, ma parrebbe essere, nella sostanza, veritiero. Si narra pure che, scopertosi il delitto, l’assassino fu rotolato per la città in una botte chiodata, e poi decapitato. Dante, si sa, lo riporta all’Inferno, nella Caina, e definisce la vicenda così nota, che se uno è toscano deve conoscerla.
    La prima parte del trattamento ricorda la sorte riservata dai cartaginesi a Marco Atilio Regolo, il quale secondo la leggenda fu anche sottoposto ad abbacinamento, ossia alla rimozione delle palpebre ed esposizione al sole, per provocare la cecità. Questa forma di punizione era praticata dai cartaginesi e lo fu poi anche dai bizantini. È famoso che re Basilio II, attorno all’anno mille (1014), fece accecare ben oltre diecimila uomini (14.000) che aveva fatto prigionieri, risparmiando un solo occhio ad una persona ogni cento affinché potesse guidare gli altri. Divisi in centurie di centonovantanove occhi ciechi, rimandò indietro al re nemico, il bulgaro Samuele, il suo esercito. Egli, vedendo così ridotte le sue truppe, svenne e morì di crepacuore nel volgere di due giorni, il suo regno sopravvisse solo per qualche anno, mentre l’altro monarca, a causa dell’efferata impresa, si guadagnò fama imperitura e il nome di “bulgaroctono” ovverosia: l’ammazza bulgari.
  8. Secondo la versione dantesca, che però non è la più verosimile, Pier delle Vigne fu l’integerrimo consigliere della corte di Federico II, calunniato e finito in disgrazia a causa del vizio tipico delle corti: l’invidia. Forse invece a suo carico ci sarebbe una vera cospirazione, scoperta dal suo signore, che gli costò, e questo è certo, a tutta prima l’accecamento, realizzato con la tecnica del chiodo arroventato. Per fuggire chissà che altre sofferenze (v. infra 11), il derelitto decise (e ci riuscì) di spaccarsi la testa lanciandosi contro una parete di pietra della cella dove era stato confinato. A carico dell’enigmatico e affascinante principe di eclettiche passioni e saperi, oltre a giudizi assai polarizzati, giravano anche leggende sulla sua efferatezza, una delle quali, sicuramente confezionata per denigrarlo, voleva che usasse liberarsi dei rei di lesa maestà facendogli indossare cappe di piombo ed introducendoli in caldaie dove esse, fondendosi li avrebbero lentamente a assai dolorosamente uccisi. Come si sa, la crudele fantasia fu riportata anche nella Divina Commedia dove però non è data come storicamente accreditata, ma citata in quanto assai conosciuta.
  9. Nato Nicholas Breakspear, Adriano IV è stato l’unico Papa inglese (ma pure unico britannico); fu eletto dopo il brevissimo pontificato di papa Anastasio IV (l’ultimo Anastasio), nel dicembre del 1154. Si fece conoscere a Roma da abate di Avignone a causa di lamentele per il suo zelo e lo spirito riformatore orientato all’intransigenza. Quando divenne pontefice, la Repubblica romana, capeggiata da Arnaldo da Brescia, eloquente religioso antipapale e avverso all’istituzione tradizionale ecclesiastica, non accettò la sua elezione e nei tumulti a seguire, ci rimise la pelle un cardinale. A quel punto, fatto inedito, emanò contro la città un interdetto di cessazione di tutte le funzioni religiose con la promessa di revocarlo solo quando Arnaldo fosse stato esiliato. Il provvedimento implicava che non venissero più somministrati i sacramenti, e che i morti non potessero essere sepolti in terra consacrata e la città cambiò subito bando, si schierò contro Arnaldo e si sollevò contro il Senato ed egli fu costretto ad abbandonarla scappando verso nord. Catturato, Federico I Barbarossa, che era sceso in Italia, lo cedette all’ambasceria dei cardinali, che si era recata a incontrarlo, come gesto di buona volontà e di alleanza, e lui fu condannato dal tribunale ecclesiastico all’impiccagione, il suo corpo fu arso sul rogo, le sue ceneri sparse nel Tevere, non per l’accusa di aver predicato contro l’abuso delle ricchezze da parte del clero, che lo accomunava anche al nemico Bernardo di Chiaravalle, bensì per rifiuto assoluto del potere temporale del Papa e della Chiesa, che pure San Bernardo e gli altri avversari di Arnaldo consideravano eresia. Federico Barbarossa, “primo vento di Soave” fu incoronato nella Basilica di San Pietro il 18 giugno 1155.
  10. Oggi nella maggior parte dei casi sono state rimosse, perché un impiccio e specie di intralcio al traffico automobilistico, ma una volta avevano una funzione cruciale, tanto è vero che tra i mille modi di perdere una città ci stava quello di spalancare le porte al nemico. Usò questo metodo Tebaldello degli Zambrasi, ghibellino di Faenza e uomo pugnace, ma anche pratico, parrebbe. Dante Alighieri lo collocò nel nono cerchio dell’Inferno, nell’Antenora e la leggenda vuole che egli volesse vendicarsi di uno sgarro subito per mano dei Lambertazzi, fuorusciti bolognesi. In specie parrebbe trattarsi del furto di un porco per il quale nessuno pagò pegno, ma la situazione geopolitica non solo del centro Italia diviso tra guelfi e ghibellini, città contro altre città, contingenti autoctoni e stranieri, ma pure della sua famiglia in relazione di forze con tutte le altre e viceversa, è così complicata che assegnare a un episodio determinato il motore della vicenda è assai conveniente e non discutiamo. La notte del tredici di novembre del 1280, tradì la sua città spalancandone le porte ai bolognesi della famiglia dei Geremei pure bolognese, nemica dei Lambertazzi che avevano fatto appunto esiliare. La morte in battaglia di Tebaldello sotto le mura di Forlì pochi mesi dopo il gesto, fu interpretata come segno provvidenziale dai contemporanei, che erano parecchio superstiziosi. Nel 1282 Guido da Montefeltro geniale capitano dei ghibellini e famosissimo dannato, riuscì a legnare le truppe francesi papaline, fino ad allora considerate praticamente imbattibili e impegnate nella conquista di questa enclave ghibellina in Italia, una delle ultime. Nottetempo egli uscì di soppiatto con buona parte delle sue forze e si sistemò nelle prossimità della città in attesa, il resto degli uomini si nascose nelle case. Il giorno seguente la città si arrese ai francesi, le porte furono spalancate, loro accolti festosamente, fino a quando, dopo i bagordi, l’astrologo Guido Bonatti, si arrampicò sul campanile dell’Abbazia di San Mercuriale dove aveva il proprio laboratorio e segnalò al suo duca che era giunto il momento di agire. I francesi furono massacrati, tanto che Dante si riferisce all’episodio come l’aver fatto dei francesi (franceschi, nel testo) “sanguinoso mucchio”.
    Bonatti prestò la sua consulenza non solo a Guido, e assurse a gran fama per una previsione sbalorditiva della battaglia di Montaperti. Spinse alla battaglia del “sanguinoso mucchio”, della quale pare avesse previsto non solo l’esito favorevole, ma anche il suo ferimento, in affetti avvenuto, dato che Marte stava entrando in Capricorno, costellazione alla quale era legato il popolo forlivese.
  11. Già che si parlava dell’astrologo Guido Bonatti, ricordiamo che egli ebbe un ruolo anche nella celebre congiura di Capaccio, vicino Paestum, ordita, con il concorso di varie antiche famiglie del centro-sud, da Papa Innocenzo IV, il centottantesimo pontefice e pontefice a centottanta gradi tutti puntati contro Federigo II di Svevia. Sulla sua torre forlivese il sole e la luna non apparvero, le stelle impallidirono, precipitò una pioggia di sangue, la terra fu avvolta in una profonda tenebra, il mare si gonfiò tra tuoni e fulmini, insomma, l’imperatore era stato tradito e forse Guido aveva mangiato pesante. 
    Federico II si rammaricò assai della congiura, ordita per destituirlo, non se l’aspettava e non credeva di meritarla, in un torrido luglio campano, presi i congiurati per sete, centocinquanta uomini e una ventina di donne, per mezzo della manomissione della cisterna della rocca, decise di applicare punizioni severe di giustizia romana. Abbandonati al loro destino dal Papa, e riprendendo la Lex Pompeia de Parricidiis, gli fece tagliare il naso, le mani e le gambe, poi li fece accecare con un ferro rovente perché non potessero più guardare in faccia il loro signore, trascinati al cospetto del quale, avendo operato contro natura, per contrappasso per i quattro elementi di essa natura dovevano essere giustiziati: alcuni furono trascinati da cavalli sino alla morte, altri bruciati vivi, o impiccati, infilati in sacchi di cuoio e gettati in mare, in una parola, mazzerati, o soggetti alla pena cullei. 
    La pena cullei, riservata ai parricidi, consisteva anticamente, dopo una lunga serie di altre dolorose vicende, nel cucire il condannato in un sacco di pelle impermeabile in cui erano stati inseriti quattro animali simbolici, lo si portava in giro per la città ed infine si gettava in Tevere o in mare. Gli animali erano: il gallo, bestia, dice Plinio, così aggressiva da far paura anche ai leoni, il cane, la scimmia e la vipera. Chi non avesse idea della simbologia potrà trovare materiale in rete. Col tempo la faccenda si semplificò un po’ e il buon Federico fece introdurre solo serpenti velenosi.
    Eccezione alla regola dell’esecuzione fu riservata a Tebaldo Francesco, il principale tra i congiurati, persona un tempo fidatissima, innalzata alle più alte cariche. Accecato e mutilato come gli altri, avrebbe dovuto, con cinque altri traditori, essere trascinato per tutti i “climi” della terra come perentorio esempio per chi avesse osato rivolgere la mano sacrilega contro l’imperatore: “guardate quest’uomo mostruoso e fate in modo che la pena inflitta a questo folle… ammaestri il vostro animo e la vostra mente, perché non abbiate mai a dimenticare ciò che vedeste e conserviate a lungo il ricordo di un giusto giudizio”, si dice nel bando dell’imperatore che doveva accompagnare il traditore. Le donne furono invece vendute come schiave a Palermo.
Guido Bonatti
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