Tradimenti e Vicende di Sangue del Medioevo; Parte II

Parte II

  1. Maestro Benvenuto, detto Asdente forse perché privo di denti, ma forse e molto più verosimilmente per ironia, proprio perché così sproporzionatamente fornito degli stessi da averne la favella un po’ impacciata anche se perfettamente comprensibile; era un ciabattino (maestro), non privo di ingegno e conoscenze, se lo si ricorda estimatore di Gioacchino da Fiore, e in grado di riconoscere omissioni in passaggi della Bibbia, che sapeva adeguatamente commentare e studiare. S’era fatto strada come impostore (tutti i maghi lo sono, no?) finendo per essere consulente persino di vescovi, ma Dante dice che la sua fama non corrisponde a reali capacità. Il giudizio però è controverso e pare, invece, almeno nelle intenzioni e nella condotta fosse uomo esemplare e costumato. Secondo alcuni o Dante aveva notizie poco accurate, o non gli perdona di aver previsto la fine del sogno di supremazia imperiale nella rotta che i parmensi inflissero, nel febbraio 1248 agli eserciti di Federico II e di Re Enzo.
    Tutti sappiamo che i maghi e gli indovini non esistono, ma leggendo il poco che si conosce pare che oltre a prenderci, ammesso che i dati riportati siano accurati, sul piano politico le sue valutazioni appaiono più come intelligenti che profetiche in senso proprio. Viene l’impressione a volte, però, che alcuni tra astrologi e indovini dell’epoca paressero credere per davvero di possedere doti e metodi di conoscenza dell’occulto e dell’avvenire, e non parevano agire sempre e solo per interesse personale e per piaggeria. Alcuni riportavano, quando del caso, anche “verità” sconvenienti, chissà perché! Francesco Stabili, il Cecco d’Ascoli dell’Acerba, poema da alcuni definito come “l’Anticommedia”, nominato medico di corte, in contrapposizione con Dino del Garbo, nel 1326 da Carlo, Duca di Calabria, figlio primogenito del re Roberto d’Angiò, già non era simpatico di suo e tanto meno lo era a Corte, ma entrò in antipatia anche al suo duca, dopo un oroscopo negativo su sua figlia, Giovanna, la futura regina di Napoli, e per aver divinato l’imminente discesa in Italia dell’imperatore Ludovico il Bavaro. Anche lui fu arso vivo.
  2. L’astrologo Asdente si dice fosse simpatizzante della setta degli Apostolici, fondata a Parma da Gherardo Segarelli, il quale aggiuntosi ad altre con simile spirito riformatore della Chiesa corrotta, come inviso concorrente, fu, dopo una serie di arresti, intercessioni, fughe, processi, infine bruciato sul rogo nel 1300. Si tramanda che interrogato su questioni di intimità adultera, non solo sostenesse che uomo e donna sposati con altri possono palpeggiarsi nelle zone intime standosene nudi, ma rispose che: un uomo e una donna, sia pur non uniti in matrimonio, e un uomo con un uomo e una donna con una donna possono palparsi e toccarsi vicendevolmente nelle zone impudiche e che ciò può avvenire senza ombra di peccato a condizione che vi sia l’intenzione di pervenire alla perfezione. Riteneva che tali palpeggiamenti non fossero peccaminosi, ma che potevano essere “fatti senza peccato in un uomo perfetto”.
    Il suo discepolo Dolcino finì molto peggio di lui; si tirò dietro una vera e propria crociata, proclamata da Raniero degli Avogadro, vescovo di Vercelli; secondo Benvenuto da Imola, fu condotto su un carro attraverso la città di Vercelli, venne torturato a più riprese con tenaglie arroventate e gli furono strappati il naso e il pene, ma lui sopportò tutti i tormenti con resistenza non comune, senza gridare né lamentarsi. Infine fu issato sul rogo ed arso vivo di fronte alla Basilica di Sant’Andrea. Alcuni aggiungono che prima di tutto ciò, per maggior punizione, fosse stato costretto a guardare il rogo della sua amata. E su questo fiorirono particolari leggendari e raccapriccianti, 1307.
  3. Dante lo paragona ad Achitofel, il personaggio biblico a cui si imputa di aver istigato Assalonne contro il padre, Re David, che invece lo amava teneramente, ma le notizie storiche che il Poeta possedeva non paiono essere tutte accurate. Quello che appare certo, però, da uno dei tanti componimenti politico-guerreschi del fiero feudatario poeta, è che lui, Bertran de Born, amasse la guerra, la pugna, e i massacri che ne discendono e il sangue.
    Dapprima schierato conto Riccardo I, il famoso Cuor di Leone, poi si riconciliò con lui tanto che, quando Riccardo, diventato nel frattempo re, e Filippo, temporeggiarono sull’intervento alla Terza crociata, Bertran scrisse canzoni che valorizzavano la strenua difesa di Tiro da parte di Corrado di Monferrato, per spingerli all’impresa; successivamente, quando Riccardo venne liberato dalla prigionia, sofferta per l’accusa di essere il mandante della morte di Corrado, lui gli compose una canzone di bentornato.
    Quello che è vero è che Enrico il Giovane, effettivamente cominciò una ribellione contro suo padre Re Enrico II d’Inghilterra, per impossessarsi della corona. Il figlio si ricorda come debole di carattere e suggestionabile ai mali consigli, tra cui vi furono quelli della madre, in cattivi rapporti con il re, e che istigò anche i fratelli Goffredo e Riccardo (sempre Cuor di Leone) a unirsi a lui contro il padre. Quando fu presa dal re, la megera fu messa in galera dove rimase per oltre quindici anni.
    La situazione geopolitica della rivolta del 1173-1174 è complicata, limitiamoci a dire che alla fine il re legnò tutti, e rimandò i figli nei rispettivi feudi.
  4. Tornando a Bertran de Born, barone di Limosino, “colui che già tenne Altaforte”, Riccardo trovò la morte all’assedio di Chalus, un luogo sotto la sua giurisdizione. Sul far della sera del 25 marzo 1199, Riccardo stava perlustrando il perimetro del castello, privo della cotta di maglia, solo per dare uno sguardo ai progressi dei suoi genieri. Dalle mura venivano sparate occasionalmente delle frecce, ma gli fu data poca importanza. Un difensore in particolare divertiva molto il re, si trattava di un uomo in piedi sulle mura, con la balestra in una mano e una padella nell’altra, che usava come scudo, e con la quale da tutto il giorno andava deflettendo i proiettili avversari. Quello mirò deliberatamente al re, che lo applaudì; tuttavia, un altro balestriere non visto, invece, lo colpì alla spalla sinistra vicino al collo. Riccardo (un leone) minimizzò e si ritirò per cercare di tirar fuori la freccia da solo, ma non ci riuscì; fu chiamato un chirurgo da Howden, chiamato, in modo poco rassicurante, “il macellaio”. Egli riuscì a rimuovere il dardo, ma fece anche un disastro col braccio del re, inoltre la ferita incancrenì rapidamente. Capendo che non gli restava molta da vivere, morirà da lì a undici giorni, il re chiese che gli fosse consegnato l’uomo che lo aveva colpito, un ragazzo che, al suo cospetto, sostenne che lui, il re, gli aveva ammazzato padre e due fratelli, e che gli aveva tirato il colpo per vendicarsi. Tutti, giovane compreso, si aspettava che sarebbe stato giustiziato, ma come atto finale di misericordia, quel magnanimo lo perdonò, dicendo: “Vivi, e per mia generosità contempla la luce del giorno”, ne ordinò quindi la liberazione e volle che fosse mandato via con 100 scellini.
  5. Niceforo I, Basileus dei Romei, ovvero Imperatore d’Oriente, dall’802, prese il potere detronizzando surrettiziamente la basilissa Irene di Atene, della quale era sovrintendente alle finanze. Irene, pur di governare da sola, aveva avvelato il marito, fatto accecare e poi ucciso il figlio, dopo averlo spinto ordinare l’accecamento del generale Mosele, ed aver sabotato una sua spedizione militare in modo che non riacquistasse popolarità, ma anche Niceforo fu veramente turpe, tradì gli accordi con lei presi, dopo che ella si era ormai dimostrata disposta a cedere il potere, nonostante l’appoggio di clero e popolo, pur di evitare spargimenti di sangue, e la fece morire in povertà sull’isola di Lesbo. Ma la sorte aspettava anche lui.
    Dopo un inizio favorevole delle campagne contro i bulgari, nel luglio dell’811, alla battaglia di Pliska, l’esercito bizantino venne massacrato e lui fatto prigioniero e decapitato. Le cronache narrano che il re bulgaro Krum fece fare una coppa in argento dal suo teschio per usarla nelle libagioni. Da questo episodio prese spunto lo zar Kalojan di Bulgaria, che lo storico greco Giorgio Acropolita riporta avesse fatto mettere il cranio di Baldovino I, primo imperatore dell’impero latino di Costantinopoli, dentro una coppa da vino, dopo averlo preso vivo alla la battaglia di Adrianopoli del 1205, incarcerato, torturato e ucciso. Curiosamente, venti anni dopo la sua morte, apparve un uomo che affermava di essere Baldovino. Persone che lo conobbero durante la crociata affermarono che l’uomo non era il vero Baldovino e alla fine egli fu giustiziato nel 1226.
    La questione delle coppe craniali umane è abbastanza ricorrente nella nostra cultura, queste due, Alboino, il Satana di Bulgakov, ed altri. 
  6. Napoleone e Alessandro, entrambi all’Inferno incastrati l’uno addosso all’altro nei ghiacci infrangibili di Caina, della casa Alberti dei conti di Vernio e di Mangona, erano i figli di Alberto e di Gualdrada. Il primo era ghibellino, il secondo guelfo, ma la contesa politica pare fosse più che altro strumentale a un odio reciproco nato per torbide vertenze ereditarie, che implicavano anche un terzo fratello, Guglielmo. Il fatto è che il primo dei tre ebbe in eredità solo un decimo del patrimonio paterno, non se ne sa la ragione, mentre gli altri due si divisero i restanti nove decimi. Dal momento che Alessandro aveva aderito al partito guelfo, nel 1248 alleandosi con Bologna, l’altro aderì al partito ghibellino. Provò autonomamente a spogliare il fratello di castelli e possedimenti che riteneva gli fossero stati dati illegittimamente, ma il Comune di Firenze si mise di mezzo e li restituì al legittimo proprietario. Nel 1272 esperì un tentativo di pacificazione il legato pontificio cardinal Latino, e finalmente nell’ottobre 1279 la pacificazione fu formalmente conclusa nella chiesa di S. Gregorio al ponte Rubaconte, “ma non s’atenne”, cioè i due non la osservarono, nonostante la solenne promessa prestata per sé e per i propri figli. Nel 1286 avvenne lo scontro finale e fratricida, in cui entrambi persero la vita. Dopo essere stato estromesso con l’inganno dai possedimenti di Val di Bisenzio, Alessandro assalì il fratello a tradimento fino a che, furiosamente combattendo, i due si uccisero a vicenda. L’odio fratricida è un tema ripetuto e costante nella nostra cultura e in altre, con considerevole riscontro mitologico e letterario, Eteocle e Polinice, Caino e Abele, Romolo e Remo, i più famosi.
  7. Ludovico il Pio figlio di Carlo Magno, re dei Franchi e imperatore dell’Impero carolingio dall’814 all’840, nell’818 ossessionato dal rischio di perdere potere, fece imprigionare ed accecare Bernardo d’Italia, suo nipote, perché figlio di Pipino, suo fratello, il quale morì tre giorni dopo tra atroci sofferenze. Fu poi costretto dai grandi ecclesiastici dell’impero a fare penitenza per il gesto, che lo aveva messo in cattiva luce e del quale si pentì nutrendo rimorsi per il resto della vita. Fece ammenda ad Attigny nell’822, davanti ai nobili del regno, ma questo invece di giovargli, contribuì a screditarlo agli occhi dell’aristocrazia, riducendo notevolmente il suo prestigio come governante. Forse, una volta fatta, conviene la sfacciataggine, al mostrare debolezza, o così pare.
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