Tradimenti e Vicende di Sangue del Medioevo; Parte X

Parte X

  1. Giovanni XII ricordato come uno che condusse “totam vitam suam in adulterio et vanitate”, resse il Santo Soglio durante le intricate ostilità tra papato e impero antecedenti all’anno mille, che costellarono la politica italiana -e non solo- di tradimenti, voltafaccia, alleanze con Bisanzio e persino coi saraceni. Semplificando molto, in un primo momento il papa donnaiolo prestò giuramento di appoggiare il diffidente imperatore Ottone I, ma stando a fonti del tempo, lo tradì; è interessante leggere che l’Imperatore inviò i suoi messi affinché proponessero un giudizio di Dio (un’ordalia) con un duello tra cavalieri delle opposte fazioni: imperatore e papa. L’istituto del giudizio di Dio, che è presente pure nel secondo esilarante film di Brancaleone, era germanico, ma si implementò anche in Italia, ovviamente dopo le invasioni barbariche, e resistette, assieme alla vendetta privata, fino ai tempi di Dante, che ricorda la prima fattispecie quando incontra i tre politici fiorentini sodomiti –Guido Guerra, Iacopo Rusticucci, Tegghiaio Aldobrandi- e la seconda quando perde l’occasione di parlare con il parente assassinato e invendicato Geri del Bello. In una serie di tira e molla, il Papa fu scacciato e processato, poi riprese il potere e si vendicò, e infine fu estromesso definitivamente.
    Al processo contro di lui, le accuse riguardarono capi come, la celebrazione della messa senza comunicarsi, aver ordinato un diacono in una stalla –luogo non appropriato quand’anche Cristo sia nato lì-, aver consacrato come vescovo di Todi un bambino di dieci anni, aver praticato a vario titolo la simonia -cioè vendita delle cariche-, numerosi adulteri, aver portato armi, aver dimostrato passione per la caccia, il che è niente rispetto all’aver accecato il padrino Benedetto, fatto evirare e ucciso il cardinale suddiacono Giovanni. Gli si imputa perfino la creazione di filtri d’amore diabolici e l’invocazione di idoli durante il gioco dei dadi. Al suo posto fu messo Leone VIII, ma Giovanni ebbe modo di tornare a Roma e vendicarsi, mentre l’altro pontefice si rifugiava dal suo protettore. Fece tagliare la mano destra ad Azzone, al cardinale Giovanni naso, lingua e due dita, per aver stretto accordi con l’Imperatore, fece fustigare e imprigionare il vescovo Otgaro di Spira, rimasto a Roma per tutelare gli interessi dell’Impero. Quando i rinforzi transalpini dell’Imperatore giunsero in soccorso, la musica cambiò di nuovo, ma la morte salvò il pontefice dalle ire del germanico, e lo colse secondo alcuni, mentre commetteva adulterio, per mezzo di un colpo apoplettico in giovane età. La leggenda poi ricamò sullo stesso fatto, sostituendo la causa naturale con un oste geloso, e vecchie rappresentazioni dipingono il diavolo stesso a defenestrarlo, in veste di oste.
  2. Colto da morte intempestiva Giovanni XII, i romani provarono a resistere all’ingerenza imperiale nominando un loro successore, Benedetto V. Ottone minacciò di assediare Roma, ma il popolo, determinato stavolta, giurò al pontefice che non sarebbe mai stato abbandonato. Il papa, battagliero, dalle mura accanto ai romani, scomunicò imperatore e suoi. Dopo una mesata, però, l’assedio si tradusse in carestia, si dice che un moggio di crusca costasse 30 denari, la somma di Giuda. I Romani aprirono le porte della città all’imperatore e gli consegnarono Benedetto V.
  3. Tra tante amputazioni e ammazzamenti che costellano quei secoli, Arnolfo era detto “il malvagio” –o “il cattivo”- per aver confiscato i beni della Chiesa. Una noticina stupida, il nome mi ha ricordato il personaggio del primo film di Brancaleone: Arnolfo mano di ferro, vassallo dello principe Ottone, l’attaccabrighe! Grande valvassore di Sassonia! …
  4. Re Enzo era figlio di Federico II di Svevia, quando fu sconfitto dai bolognesi e imprigionato fino alla morte, il suo siniscalco, Michele Zanche, che già si era arricchito alle sue spalle con uno spudorato peculato, ne usurpò praticamente i poteri sul regno di Sardegna. Successivamente Branca Doria sposò sua figlia diventando governatore di Logudoro, e volle usurparne a sua volta la carica; lo fece quindi uccidere a tradimento assieme ai suoi, durante un banchetto alla presenza del cugino Barisone e fece tagliare a pezzi il cadavere.
  5. Quasi sicuramente apocrifo e successivo, a un Papa, Onorio III, celebrato peraltro per la sua rettitudine, è attribuito un grimorio per l’evocazione diabolica. I diavoli, come si sa, erano angeli caduti dopo la ribellione guidata dal più bello di essi, Lucifero, o Satana (boh!), contro Dio.
    La teologia medievale è accuratissima nei dettagli su questa storia e i suoi personaggi. Una serie di baggianate impressionante, vuole che la percentuale di angeli ribelli non superi il dieci percento, le gerarchie angeliche, ne parla anche Dante nel Paradiso, dividevano le opinioni, non si sa come, dato che nessuno ne può sapere niente di preciso, ma erano in genere divise in nove ordini: Serafini, Cherubini, Troni, Dominazioni, Virtù, Potenze, Principati, Arcangeli e Angeli in senso stretto. Ad ognuno è affidata una mansione specifica, dalla più celeste e vicina a Dio, fino alla più terrena, ultima quella di vigilanza delle nostre anime, o luoghi, l’angelo custode, che è un “angelo semplice”.
    Allo stesso modo si immaginava una gerarchia speculare infernale, la simmetria è una costante delle interpretazioni e rappresentazioni del mondo prescientifico: falsi Dei (li comanda Belzebù), Spiriti di Menzogna (capeggiati da Pitone), Vasi d’ira (o iniquità, Belial), Vendicatori dei delitti (a capo, Asmodeo), Prestigiatori (Satana), Potenze dell’Aria (Meririm), Furie (Abaddon), Criminatori (Astaroth), Tentatori (Mammona). Il bello è che varie tra queste complete scemenze, affascinanti, va detto, mi riecheggiano nella mente concetti del catechismo, pre età puberale.
    Pur non essendo né medievale in senso stretto, se come si crede è di parecchio successivo al 1500, né efferato contro gli uomini, in virtù di una certa crudezza dei rituali, parliamo del contenuto di questo grimorio, selezionando le più esilaranti, tra le mille assurdità.
    In primo luogo chi voglia evocare un demone deve digiunare per tre giorni di fila, che se non è un maltrattamento poco ci manca, poveri quei babbei che ci hanno provato. Peggio per loro! Si entra poi nel truculento, si deve sacrificare un gallo nero, povera bestia, usando un coltello nuovo (mi raccomando!), raccogliere il sangue, tenere da parte la prima penna dell’ala sinistra, strappare al gallo gli occhi, la lingua e il cuore, da far essiccare ai raggi del sole, e ridurre in polvere; seppellire quel che rimane del gallo, in quel che rimane del giorno (al tramonto), in luogo appartato, dove va piantata una croce alta un palmo e col pollice, l’evocatore dovrà tracciare figure ad ogni angolo della sepoltura. Le figure non ci interessano e non vorremmo apparisse inopinatamente un demonio.
    Giorni dopo va celebrata una messa, durante la quale si scrivono con penna e sangue del gallo (che non capisco come non è coagulato) altri simboli. Dopo giorni di cere, candele, orazioni, un altro animale ci rimette la pelle, un agnello, facendo attenzione che il sangue non si versi a terra (sennò non si sa che succede!) lingua e cuore vanno gettati in un fuoco acceso appositamente per la cerimonia, che oggi ci fa ridere farlo con un Bic®, ma una volta magari ci voleva del suo, la sua pelle va lasciata per nove giorni nel mezzo di un campo soleggiato, e va spruzzata di acqua santa quattro volte al giorno ogni giorno, e così via tra messe, sepolture, segni, cerchi, preghiere, recita dei settantadue nomi di Dio (che pare un modo elegante per riferirsi alla blasfemia, ma non lo è), si arriva all’evocazione: “Ti evoco, o malefico e maledetto Serpente … (nome del serpente specifico), perché tu appaia al mio comando e volere, in questo luogo e di fronte a questo Circolo …
    Se non compare lo puoi anche minacciare! E si va avanti con altre mille assurdità. Basta, va!
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