Tradimenti e Vicende di Sangue del Medioevo; Parte XI (Digressione su teschi usati per bere)

Parte XI

37. L’altro giorno, un mio amico che stava appendendo alla parete del salone un assai elegante teschio di bue (o bufalo) finemente cesellato da abili mani orientali, maestri inarrivabili nel genere, mi ha riferito la storia a lui raccontata da un suo anziano amico, capitato con una compagnia di berretti verdi, durante la guerra del Vietnam. Erano entrati in un villaggio e perlustrandolo avevano rinvenuto una pila di teschi umani, alcuni dei quali col foro della pallottola che li aveva uccisi, o, se si preferisce, che aveva ucciso le persone a cui appartenevano. Lui era rimasto molto scosso dalla visione, mentre gli altri se la ridevano a sue spese e, facendo mostra del loro cinismo e della loro durezza d’animo, si erano messi a giocare a football con alcuni dei resti umani, nonostante i loro crani potessero finire allo stesso modo, anzi forse proprio per quello. L’anziano reduce conclude l’aneddoto affermando di aver imparato lì a non far mai mostra delle proprie debolezze, consiglio ottimo e da seguire, specie se si è con gente della risma dei berretti verdi, che poi se ne approfittano e ci insistono su, infatti la sera, quando era andato a letto, gli avevano lasciato sulla branda il teschio forato, che lo aveva raccapricciato tanto, per prenderlo in giro, più che per ricordo.
Avevamo già visto due casi di teschi di nemici trasformati in coppa uno dal Krum, l’altro dallo zar Kalojan, e lì avevo preso l’occasione per ricordare pigramente un paio di episodi analoghi, veri o di fantasia, dove questo tema è ripetuto.
Dal racconto del reduce, però, ho sentito l’impulso di approfondire un po’ la questione, e con questo voglio limitarmi a quella dei teschi usati per bere, come coppe, perché se estendessimo il tema già solo all’uso del teschio umano in genere, non potremmo procedere più; anche Amleto dopotutto non è il più delle volte rappresentato o ricordato col teschio di Yorick in mano? Se poi passassimo alla conservazione e l’uso di parti anatomiche umane per fini religiosi, magici, bellici, etc., non la finiremmo davvero mai, dato che dallo scalpo, al rimpicciolimento delle teste, alla mummificazione, al culto delle reliquie, o l’uso di ossa nelle chiese (eleganti candelieri, lampadari …), la decorazione militare personale con resti di avversari (orecchie, dita, capelli, etc.) e mille altre situazioni, forse si potrebbe studiare e collezionare dati per secoli. È argomento da antropologi e di quelli bravi!
Approfitto, però, per suggerire la lettura dell’articolo del bel Blog di Bizzarro Bazar, sulle teste tsantsa. E ricordiamolo: sono sempre gli altri i barbari!Un primo esempio di teschi umani usati come coppe fu rinvenuto nel Somerset in Inghilterra, nella grotta di Gough. I resti sono vecchi di oltre settemila anni e pare che portino i segni di cannibalismo e morte violenta, oltre ad esserci evidenze dell’uso dei crani come contenitori, che è diffuso in altre aree del periodo magdaleniano. Secondo narra Erodoto, gli sciti (ovviamente con una sola “i”), popolazione nomade indoeuropea iraniana, nel mito nata o dall’unione tra Eracle ed Echidna, il mostro donna con gambe di serpente (un po’ come sono rappresentate oggi le sirene, ma di terra) con cui il possente eroe fu costretto alla copula, o tra Zeus ed il fiume Boristene, e attiva tra l’VIII e il VII secolo a.C., erano soliti trasformare la calotta dei teschi dei nemici più valorosi in calici, foderati di pelle, o persino d’oro, dai più abbienti.Lo storico greco riferisce anche altre usanze degli Sciti legate alla guerra: ogni novello guerriero doveva iniziarsi bevendo il sangue del primo nemico ucciso; conclusasi la pugna, ciascun guerriero doveva portare al proprio re almeno una testa nemica, per essere ammesso alla spartizione del bottino di guerra; praticavano lo scalpo ai nemici e possederne a dovizia era oggetto di vanto, si doveva essere gran guerrieri; gli scalpi venivano appesi alle redini dei cavalli oppure cuciti assieme per farne dei mantelli; a volte la pelle delle mani dei nemici veniva impiegata come coperchio per il turcasso, altre l’epidermide intera era conciata a mo di vessillo di guerra. Tra tante strambe usanze inerenti la guerra, è interessante notare che una volta l’anno, gli Sciti che avevano ucciso venivano invitati a bere da un cratere colmo di vino diluito, preparato personalmente dal capo del proprio distretto; ai più valorosi era concesso di bere con due coppe contemporaneamente. Chi non uccideva, non beveva. Ottimo stimolo, avrebbe fatto effetto anche su me, pacifico come sono! La testimonianza più antica in Cina risale alla battaglia di Jinyang durante il “periodo delle primavere e degli autunni”, nel 453 a.C. quando Zhao Xiangzi che nutriva rancore verso Zhi Yao dal quale era stato spesso umiliato, trasformò il suo teschio in una coppa dopo averlo giustiziato.
Il sinologo e storico delle religioni Edouard Chavannes cita Livio nell’illustrare l’uso cerimoniale delle coppe ricavate da crani umani presso i Boii, una tribù celtica boema stanziatasi anche in Nord Italia e in guerra con Roma. Nella seconda metà del 300 a.C., i Boii si allearono con gli altri Galli, quelli Cisalpini e con gli Etruschi contro Roma. Combatterono anche a fianco di Annibale nel 216 a.C., uccidendo il generale romano Lucius Postumius Albinus il cui cranio fu poi trasformato in una coppa sacrificale. Nel 224 a.C. erano stati sconfitti nella battaglia di Telamon, e di nuovo a Placentia nel 194 a.C. (oggi, Piacenza) e a Mutina nel 193 a.C. (oggi, Modena). Dopo la perdita della loro capitale, secondo Strabone, la gran parte dei Boii lasciò l’Italia.
Ancora in Cina, lo Shiji, l’antico resoconto storiografico noto come “Memorie Storiche”, riporta, parlando delle antiche popolazioni nomadi Xiongnu, attuale Mongolia, che Laoshang (o Jizhu), figlio del capo Xiongnu, Modu Chanyu, uccise il re degli Yuezhi (la Grande Stirpe della Luna) attorno al 162 a.C. e, secondo la loro tradizione, fece una coppa del suo cranio, che poi forse fu usata per suggellare un trattato tra gli Xiongnu e due ambasciatori Han durante il regno dell’Imperatore Yuan (49-33 a.C.)
È della Historia Langobardorum, la vicenda di Alboino che sconfisse i Gepidi, nemici di lunga data del suo popolo, nel 567 d.C., e uccise il loro re Cunimondo, fece una coppa del suo cranio, prese sua figlia Rosamunda in sposa e ce la fece bere. Il personaggio ebbe fama imperitura, e fu ripreso e rimaneggiato tra altri in opere di Rucellai, Alfieri, Monicelli. Il cranio di Svyatoslav I di Kiev fu trasformato in calice dal pecenega Kurya Khan nel 972 d.C. Probabilmente però in questo caso si trattava di un onore a lui tributato, se è vero quanto si riferisce su Kurya e sua moglie che bevendo da esso pregarono di avere un figlio coraggioso come il defunto signore della guerra di Rus. Nel 969 Kurya aveva partecipato all’attacco dell’Impero bizantino in alleanza con Svjatoslav, ma due anni dopo venne subornato a partecipare a una cospirazione per ucciderlo, forse sobillato dal figlio maggiore di Svjatoslav, Jaropolk, o più probabilmente dal console bizantino vescovo Teofilo, che aveva visitato i peceneghi dopo la trattativa di ritirata tra il principe Svjatoslav e l’imperatore bizantino Giovanni I Zimisce.Nel 1510, il persiano Shah Ismail I, fondatore della dinastia dei safavidi, sconfisse e uccise in battaglia Muhammad Shaybani, discendente del quinto figlio di Gengis Kan, nell’odierno Uzbekistan. Lo Scià fece smembrare il corpo del suo nemico e le parti furono inviate in varie zone dell’impero (o impalate alla porta di Samarcanda) per essere pubblicamente esposte, ma tenne il suo cranio placcato d’oro, che fu trasformato in un calice ingioiellato da cui bere “per intrattenimento”.In Giappone, il famoso signore della guerra Oda Nobunaga guidò una serie di campagne contro i clan Azai e Asakura a partire dal 1570. Dopo le sue vittorie agli assedi di Odani e al castello di Ichijōdani nel 1573, prese i teschi di Azai Nagamasa, suo padre Hisamasa, e Asakura Yoshikage e predispose affinché fossero esposti al pubblico, usati come tazze da sakè (o-choko). A differenza delle tazze craniali della altre culture, che erano delle semplici ciotole o dei calici che sfruttavano il teschio così come era, gli artigiani giapponesi asportarono e capovolsero la parte superiore del cranio, a forma di piattino, la laccarono, e coprirono in foglia d’oro, e adagiarono ognuna delle ciotoline ricavate, sull’apertura da cui erano state segate. Nobunaga presentò i tre teschi ai suoi vassalli e vi bevve il sakè, per dimostrare, se ce ne fosse il dubbio, il destino di coloro che si fossero opposti o avessero osato tradirlo. Ma a chi gli viene in mente?!In India e Tibet la coppa del cranio è conosciuta come Kapala, ed è usata nei rituali tantrici indù e buddisti. Il teschio non appartiene a un nemico, anzi l’identità del proprietario originale del teschio non è considerata significativa, per ragioni strambe loro. Divinità indù come la famosa Kali sono talvolta raffigurate con in mano un kapala pieno di sangue umano, molti dei più belli, scolpiti e riccamente cesellati, sopravvivono, principalmente in Tibet.   Una leggenda vuole che  persino il teschio del pirata Barbanera, decapitato nel 1718, fu trasformato in una tazza da libagioni.
Infine, famosissimo e più recente, parlando di “barbarie”, nell’Inghilterra del XIX secolo, il poeta romantico per eccellenza, Lord Byron, pare usasse come calice un teschio che il suo giardiniere aveva trovato a Newstead Abbey. Doveva essere appartenuto a qualche monaco o frate dell’Abbazia, ed era di dimensioni gigantesche e in perfetto stato di conservazione: “una strana fantasia mi prese, predisporlo affinché fosse trasformato in coppa per bere, l’ho quindi mandato in città, dalla quale è tornato con uno spesso smalto, e con un colore maculato come guscio di tartaruga”. Byron ci scrisse persino un poema di spirito macabro. Pieno di chiaretto, lo strano manufatto era passato tra gli appartenenti  all’Ordine del Teschio che Byron aveva fondato a Newstead, “a imitazione degli antichi goti”, Byron stesso lo ricorda conversando col poeta e traduttore inglese Thomas Medwin.

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