Tradimenti e Vicende di Sangue del Medioevo; Parte XII

Parte XII

  1. A Tagliacozzo 1268, “ove senz’arme vinse il vecchio Alardo” (Dante), cioè nascondendosi, l’astuto francese Alardo di Valéry, era consulente, per così dire, degli angioini, contro Corradino di Svevia e i suoi. Divise le sue schiere, in significativa inferiorità numerica, in tre parti e ordinò al comandante di una di esse, Enrico di Cousence, di travestirsi dall’odiato Carlo d’Angiò, indossandone l’armatura e le insegne reali, e sperando che egli fosse ucciso, per provocare nelle truppe la falsa idea di aver vinto la battaglia. Questo puntualmente avvenne, e le truppe come previsto si sbracarono; si narra che molti cavalieri svevi scesero da cavallo e cominciarono a saccheggiare i cadaveri, così lui li travolse uscendo da una gola laterale nella quale si era nascosto con ottocento cavalieri.
    La battaglia finì in una carneficina, le truppe furono costrette a una fuga disordinata e Corradino riuscì a sfuggire, ma, una volta sconfitto, i nobili italiani si dimostrarono tutti più ostili al monarca; a Roma, Guido da Montefeltro gli sbarrò la strada, e infine Frangipani lo inseguì e catturò, consegnandolo ai nemici per danaro. A questo punto, fu simulato un processo veramente farsesco, con il capo di imputazione risibile di lesa maestà, teso a dare una parvenza di legittimità a una condanna a morte che era già stata scritta dal nefasto Carlo. Corradino, nonostante fosse solo un sedicenne, affrontò la decapitazione con straordinario coraggio. Assieme a lui furono uccisi il conte di Donoratico, Wolfrad di Veringen, Federico di Hürnheim e, probabilmente, anche il maresciallo Kroff di Flüglingen. I nemici, dimostrando viltà e pochezza d’animo, fecero seppellire le loro ossa in terra sconsacrata, fino a che, per insistenze della madre di Corradino, queste ultime furono finalmente tradotte in luogo più consono alla dignità della figura.
    La vicenda, per la sua turpitudine, e anche per le antipatie inevitabili sia per il Papa, che e soprattutto per Carlo d’Angiò, che si sentiva “Campione di Cristo”, e si era distinto per efferatezza e mancanza di criterio nella sua gestione della politica italiana, in cui ingeriva, prima come “paciere”, e poi assumendo il titolo di vicario imperiale in Toscana, fece fiorire anche delle leggende. Si narra, per esempio, che all’esecuzione dello svevo fosse presente Giovanni da Procida, che, nascosto tra la folla, riuscì ad afferrare il guanto di sfida lanciato dal condannato prima di morire.
    Tornando alla battaglia, la tattica usata da Alardo era già stata usata dal mamelucco Baibars nella battaglia decisiva contro i Mongoli presso ‘Ayn Jālūt in Galilea, e lui, che era tornato da San Giovanni d’Acri da poco, forse ne aveva sentito parlare lì.
  2. Prima che Corradino ultimo degli Hohenstaufen, fosse sconfitto a Tagliacozzo, Manfredi era stato sconfitto a Benevento nel 1266, dove gli angioini si accorsero che le apparentemente inarrestabili truppe tedesche avevano un punto debole. Le corazze infatti, le più avanzate per la tecnologia dell’epoca, erano in grado di respingere i colpi, ma lasciavano scoperta l’ascella quando il braccio si alzava per sferrare gli attacchi, iniziarono così a mirare lì. Quando la situazione si mise male, l’incredulità colse tutti, e le truppe siciliane, ancora in attesa di entrare nella mischia, defezionarono, lasciando Manfredi da solo con i suoi pochi fedelissimi, i quali, visto che non c’era più altra opzione che l’eroismo, decisero di conquistarsi una morte onorevole ed epica in battaglia. Si racconta che Manfredi prima dell’ultimo attacco, scambiasse la sopravveste reale con quella del suo fedelissimo amico Tebaldo Annibaldi.
    I puntigliosi sottolineano che re Enzo, figlio di Federico II, sopravvisse a Corradino e che quindi fu tecnicamente il vero ultimo della dinastia, anche se rimase in cattività bolognese fino alla fine dei suoi giorni, ma definire “ultimo” Corradino non è solo azzeccato sul piano sintetico e storico, e appropriato essendo egli ultimo degli Hohenstaufen regnanti e ultimo della vicenda a fare qualcosa di significativo per recuperare il potere, ma specie fu anche l’ultimo nato.
  3. Prima della sconfitta a Tagliacozzo, le truppe di Corradino avevano sbaragliato quelle di Jean de Braiselve, che si era unito a Guillaume l’Estendard, sorprendendole presso il ponte sull’Arno vicino a Laterina con un contingente sotto il comando di Federico d’Austria e Kroff di Flüglingen. L’Estendard era riuscito a fuggire, ma Jean de Braiselve fu fatto prigioniero. Gli Svevi inaugurarono la giornata del 23 agosto a Tagliacozzo con un atto brutale che testimonia lo stato di profondo odio tra le parti, e che contribuì ad inasprirlo ancora, decapitando il prigioniero cha avevano portato fino a lì per l’occasione. Forse il gesto fu realizzato per vendicare il massacro dei ghibellini a Sant’Ellero l’anno prima, quando Carlo d’Angiò aveva fatto mostra della sua particolare efferatezza sterminando e facendo fare letteralmente a pezzi centinaia (forse 800) di fuoriusciti ghibellini a lui ostili, e decidendo di radere al suolo la rocca. La sua efferatezza pare gli fosse stata rimproverata persino dal Papa e contribuì a farlo odiare, fatto al quale concorreva anche quella sorta di proto-nazionalismo francese con cui si vantava della discendenza da Carlo Magno e per cui si sentiva difensore di Cristo in Terra.
    D’altra parte pure a Carlo Magno era fatta risalire l’adozione da parte dei monarchi di Francia dell’orifiamma, lo stendardo rosso con fiamme oro che veniva portato in battaglia e che, leggenda vuole, Carlo Magno portò in Terra Santa per una profezia riguardante un cavaliere in possesso di una lancia d’oro fiammeggiante che scacciava i Saraceni. Forse in origine la lancia era l’oggetto contrale e lo stendardo una decorazione, ma col tempo rimase solo il drappo. Portarlo in guerra era ruolo estremamente pericoloso, il Porte Oriflamme, divenne una carica assai onorifica.
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