Tradimenti e Vicende di Sangue del Medioevo; Parte XIII

Parte XIII

  1. Conte Umberto (o Oberto) dell’antica, illustre e potente famiglia degli Aldobrandeschi, pagò con la vita la sua politica antisenese e filofiorentina, ma dalle cronache ci sono tramandate due versioni diverse della sua morte, entrambe interessanti nella loro violenza.
    In una, egli venne soffocato nel letto dai sicari senesi, Stricha Tebalducci, Pelacane di Ranieri Ulivieri e Turchio Maragozzi: “fello affogare il Comune di Siena per denari”. Secondo altri morì, invece, combattendo contro le milizie senesi a Campagnatico in Val d’Ombrone, come attesta una cronaca: dimostrando incredibile valore. Prima di morire “amazzò di molta gente”, correndo a cavallo per la piazza di Campagnatico “com’un drago”. Ma un nemico lanciò uno spiedo che prese il cavallo in testa uccidendolo immediatamente, “perché del colpo gionto fece uscire le cervella”, e tanta di quella gente fu addosso al conte appiedato che non riuscì a fuggire e fu finito con una mazzata di ferro in testa. 
  2. Secondo un’antica definizione cinquecentesca, l’alchimia sofistica è da vietarsi: “muta solo gli accidenti ed è perciò potenzialmente dannosa per la società”. A questo tipo di pratica vanno ascritti i falsari, che infatti sono puniti nell’inferno di Dante, proprio sotto questa definizione. Tra essi di Griffolino d’Arezzo si diceva che fosse “magnus et suptilissimus archimista”; iscritto alla società de’ Toschi in Bologna, di lui si narra che fosse una “scritturata persona, sottile e sagace”, conoscitore di quella parte dell’alchimia chiamata sofistica, che esercitava così segretamente che nessuno ne era a conoscenza. Si dice inoltre che conoscesse un certo Albero, figlio segreto del vescovo di Siena, e di famiglia, a quanto pare, ricchissima, ma sempliciotto e ingenuo; dei peggiori però di questa risma, perché ricco e potente. Di questo personaggio non si sa molto, forse di lui parla lo scrittore italiano Franco Sacchetti nelle sue Trecentonovelle, ma si racconta che un giorno per scherzo (per modo di treppo) Griffolino, gli disse che se avesse voluto sarebbe stato in grado di librarsi in volo come fanno gli uccelli, “e di die e di notte”. In tal modo, descrive il malaccorto ciarlatano, sarebbe stato in grado di andare in giro per tutta la terra fin nei posti più reconditi, senza confini, senza bisogno di lasciapassari. L’altro però lo prese alla lettera e credette sul serio che tale arte potesse essere appresa, così lo assillò affinché gli insegnasse a volare. A quel punto era troppo tardi per ritrattare; nonostante gli dicesse che non sapeva affatto fare quanto gli aveva raccontato, l’altro si ostinò e alla fine e lo prese tanto in odio, che andò dal genitore e “‘l padre predetto, cioè il vescovo, li informò una inquisizione addosso e fello ardere per patarino”, insomma finì bruciato sul rogo come eretico patarino per ritorsione. Con le conoscenze di oggi, la vicenda appare veramente assurda, in primo luogo considerando la nostra sensibilità rispetto a condanne disumane come il rogo, per di più comminata in questo caso per fatti che non costituirebbero più reato, dato che ognuno è difeso da un ordinamento giuridico liberale a pensarla come gli pare e piace su ogni soggetto, ma si tratta per giunta di fatti presi come scusa, e nemmeno per punire una pratica allora vietata, anche se in effetti innocua, come la vera alchimia, ma una inventata di sana pianta. L’inutilità di questa morte sul rogo non è facilmente superabile. 
  3. Mentre nel XIII secolo in Europa si davano molte delle storie già riportate, in Asia i mongoli facevano valere la loro truce pax mongolica dopo guerre sanguinosissime. Efferata pure per i loro già altissimi standard fu la conquista della Corasmia. Nel 1220, dopo aver conquistato Bukhara, Gengis Khan si diresse verso la capitale Samarcanda, e la assediò. Negli assalti i mongoli usavano i prigionieri come scudi umani e dopo la caduta dell’ultima fortezza, nella cittadella dove s’erano asserragliati gli irriducibili, ogni previo termine di resa fu negato, tutti i soldati giustiziati, la popolazione, riunita in una pianura fuori dalla città, fu sterminata e con le teste dei morti fu eretta una piramide, simbolo della vittoria mongola.
    Già prima, durante l’invasione della Cina, l’imperatore Xuan Zong aveva negoziato con i mongoli e pagato a caro prezzo la loro ritirata; negli accordi la dazione di oltre tremila cavalli, seta per novanta chilometri, mille giovinetti, e inoltre Gengis prese la figlia dell’imperatore come sua consorte. Il ripiegamento dei soldati comportò la decapitazione dei prigionieri.
    Durante la campagna cinese, si dice che i mongoli conquistarono oltre novanta città. Quelle che si arrendevano senza combattere venivano risparmiate dallo sterminio, le altre distrutte e risparmiati solo falegnami, muratori e attori. Gengis, giunse fino in Corea dove sconfisse i Khitan che avevano rifiutato di allearsi con lui, e ricevette in cambio della vittoria centomila fogli di carta.
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