Tre Terne di Animali Chiamati in Modi Diversi in Italiano, Spagnolo e Inglese

Alcune considerazioni generali

Le lingue indoeuropee, il gruppo di gran lunga più vasto al mondo, e tra esse a maggior ragione quelle romanze, più direttamente imparentate, condividono una percentuale enorme di lemmi di comune origine e per lo più essi indicano oggetti analoghi o connessi.
A volte, va detto, per interessanti avventure, parole simili e di comune origine arrivano ad avere persino significati opposti, come avviene con “black” e “blanco” (forse perché entrambi sono colori comuni al risultato della combustione, la cenere).
Realizzare percorsi e relazioni è interessantissimo e aiuta la consapevolezza linguistica dello studioso. Probabilmente è più facile trovare corrispondenze che non trovarne e anche tra lingue oggi completamente prive di mutua intelligibilità. Tra gli animali, i felini, il gatto, il leone, la tigre, possono essere presi ad esempio di omogeneità lessicale praticamente senza increspature.

Inutile dire che in molti altri scenari non funziona così, o non sempre in modo tanto diretto. In certi casi, come in quello di “cane”, inglese “dog-hound”, spagnolo “perro”, la diversità è in ultima istanza riunificata dalla presenza di “can” nella prima e il generico “canine” nella seconda.
Un esempio di corrispondenza “due a uno” che affascina molto i ragazzi a cui insegno riguarda la creatura in inglese definita assai suggestivamente “jellyfish” (pesce di gelatina) e che sia lo spagnolo che l’italiano, con evocativa eleganza mitologica, appellano invece “medusa”, dal nome della letale Gorgone con capelli di serpe riprodotti nei filamenti (tentacoli) del, tal volta anche molto pericoloso, animale marino.

Durante le lezioni sono emersi però casi (e non sono pochi, ho selezionato i tre più comuni e interessanti) in cui le tre lingue hanno, per la stessa creatura, nomi del tutto differenti e indipendenti dalle altre.

 

  1. Il Pipistrello, Bat e Murcielago

Partiamo dal caso più ricco e dove a gusto personale l’italiano possiede la parola più bella tra le tre, oltre che quella con l’origine più interessante; allo spagnolo va assegnato il trofeo di quella forse più simpatica, all’inglese quello per la più famosa e versatile (chi tradurrebbe Batman? O potrebbe inventarlo partendo dalle altre due lingue?)

Il pipistrello, variante ora unica comune di “vipistrello” in cui l’assimilazione ha mutato la V iniziale in P, e anticamente “vespistrello”, viene dal latino “vespertilio” (attraverso “vespertillus”), è l’animaletto che si sveglia e agisce al vespro, o dalla sera, altro lemma (vespro) di incredibile bellezza e anche portanza, se pensiamo che è comune a niente di meno che il famoso “west” dell’inglese, lingua immensa che possiede però anche “Vesper” (nome femminile e pure di una nota variante del Martini cocktail: “evening star” o stella della sera).
La relazione con la sera e la notte è rimasta nel nome “alternativo” greco di certi (appunto) vespertilionidi (una famiglia di chirotteri che include i pipistrelli) “nyctalus noctula”, nottola in italiano (nome alternativo anche della civetta) e “noctule” in inglese, da “nyx” greco per notte.

Bat è pure molto interessante, intendiamoci. Come si sa la stessa parola (accade assai spesso in inglese) indica due oggetti a tutta prima molto differenti dato che oltre all’animale qui si riferisce anche a una mazza (per esempio: “baseball bat”). I due lembi di significato sono però da ricongiungersi ultimamente. Il dizionario etimologico online riporta che “bat” è usato dagli anni 70 del 1500, come alterazione dialettale del medievale “bakke” (primo 1400), che sarebbe probabilmente relativo allo svedese antico “natbakka”, e al danese antico “nathbakkæ” (“bat” della notte) e antico norvegese “leðrblaka” (letteralmente “leather flapper”, “sbattitore di pelle”) dal Proto-Germanico *blak-, e dalla radice proto indoeuropea *bhlag– di “colpire” (propria anche del latino “flagellum” e oggi pure dei “flap” degli aerei, che forse ricordano pure la membrana delle ali del pipistrello).
La parola originaria dell’inglese antico era “hreremus”, da “hreran”, “scuotere”, e quindi “ratto -o topo- che scuote”.

Murcielago è davvero una voce simpatica una volta scomposta: si tratta del topo o topolino (“mur”, dal latino “mus-muris” e prima dal proto IE *mus-, comune anche all’inglese “mouse” e a tutte le altre lingue del nord e propria dell’”involare” e del “rubare”) cieco (ciego). L’evidente somiglianza del volatore notturno con il topo è una costante in diverse lingue: il tedesco “fledermaus” (topo volante), il francese “chauve-souris” (topo calvo). Il greco attuale usa “ropalo” (ρόπαλο) che curiosamente (ignoro altro) significa anche “mazza” proprio come accade in inglese con “bat”.

Meno immediato notare, e anche veramente curioso, che la radice proto IE *mus-, così diffusa nel resto delle lingue, per indicare il topo, è invece presente in italiano in un altro animale comune, la “mosca”, dove conserva il senso di “rubare”, “involare”, “volare” originale. Essa è comune pure al “muschio”, da voce in tal senso persiana, e dal sanscrito “muschk” (testicolo) dove (riporta la Treccani online) “dalle ghiandole genitali di certi animali si estraeva una sostanza aromatica di odore simile a quello della pianta. E su muschio: mùschio s. m. [dal lat. tardo muscus, adattam. del gr. μόσχος (v. mosco), voce di origine orient.]

E già che ci siamo “mosquito” (piccola mosca) è comune a spagnolo e inglese, mentre l’italiano “zanzara” che li traduce è evidente voce onomatopeica. Chiariamo pure che il nostro “topo” è originariamente la “talpa”, così come conservato in spagnolo.

 

  1. Il Tricheco, Walrus e Morsa

Per chi conosca un po’ il greco e specie se aduso a esotismi come “tetratricotomia” (ovvero l’arte inutile e pedante di spaccare il capello in quattro per la sua altezza, oltre che i testicoli degli ascoltatori), tricheco non è un gran mistero, deve essere (e lo è) voce relativa al capello, come avviene per “tricologia”, etc. In particolare si riferisce ai lunghi e spessi baffi di questo curioso animale nordico.

Walrus in inglese è usato dalla seconda metà del secolo decimo settimo, da voce omonima dell’olandese, che fu probabilmente creata per sincrasi vernacolare unendo l’olandese “walvis” (in inglese “whale”, balena) e “ros” (horse) cavallo. In origine era voce scandinava come in norvegese antico “rosmhvalr” o “hrosshvalr”, una specie di balena.

Lo spagnolo Morsa usa ancora il nome inglese arcaico –morse– giunto probabilmente attraverso in francese “morse” da un lemma che accomuna le lingue dell’est, come in russo “морж” (morž), il finlandese “mursu”, il sami “moršâ”, il giapponese e il lappone “morsa”. L’assonanza della parola nordica con il nostro “morso” e la presenza di zanne enormi nell’animale gli conferirono per certo tempo la falsa fama di mostro pericoloso.

 

  1. La Farfalla, Butterfly  e la Mariposa

Farfalla viene da “parpaglia”, dal latino “papilio-onis” come ancora in francese “papillon”. Sembra ricollegarsi alla radice indoeuropea spar- o sfar- di muoversi vibrando da cui anche il greco antico “pallo” (πάλλω) “vibro”, “scuoto” da cui anche “palpebra” e in spagnolo l’ancora più identificabile “párpado” che ci porta al resto, per esempio, “palpitare”, “palpare”.

Come accade con la medusa, l’inglese ci riserva una voce descrittiva di questa creatura alata, butterfly (butter-fly, burro e volare). In inglese antico “buttorfleoge” con lo stesso significato, che rimane comunque misterioso. Forse si basa sulla strana nozione di vecchia zoologia superstiziosa per cui questi insetti e secondo i Grimm anche le streghe camuffate da essi, consumano il burro e il latte lasciati scoperti. Ma forse si tratta solo della tonalità giallo chiara simile a quella del burro delle ali più comuni di questi collezionati capolavori di creatività naturale. Alcuni lo accostano però al danese “boterschijte” dal colore del loro escremento (schijte: shit, non ha bisogno di essere tradotto).

Mariposa è popolare e curiosa fusione di un’apocope (Mari) del nome Maria (María), e di “posa” con lo stesso significato dell’italiano “posare”, “riposare”. Vecchie canzoncine per bambini si appellavano al lepidottero dicendo: “María pósate, descansa en el suelo”, “Maria, posati e riposa in terra”.

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