Un necessario e urgente cambio di prospettiva sulla sofferenza.

Per la, direi bizzarra, cultura nella quale sono stato allevato e cresciuto la sofferenza non è un “nemico”, e neppure un “nonsenso”. Essa ha, invece, un ruolo preciso nella formazione e nell’escatologia, la “salvezza”, dell’essere umano.

Secondo la versione comunemente raccontata a tutti noi sin da bambini, la sofferenza sarebbe innanzitutto il risultato-conseguenza di una fantasiosa colpa di un essere umano primordiale e originario, che ci trasciniamo dietro, da eredi, necessariamente, e come specie intera; ma è anche, al contempo, uno degli strumenti con i quali una entità astratta, onnisciente, infinitamente buona e superiore, metterebbe alla prova le creature che lui stesso, onnipotente, ha creato e che ha dotato di libertà morale e relativa capacità di scelta. Lui, spettatore invisibile e misericordioso della vicenda umana di ciascuno, contattato telepaticamente attraverso la preghiera, darà poi una valutazione finale di ognuno dei suoi “figli” e se lo terrà vicino o no, in eterno. Per non parlare, la sofferenza è centrale nel cristianesimo, di tutta l’atroce storia di un Dio che sacrifica suo figlio (nostro fratello, quindi, ma Dio pure lui, invece) che muore orribilmente per salvare una umanità che però “deve caricarsi la propria croce” etc.

Inutile dilungarsi sulla copiosissima serie di complete assurdità che questo racconto implica, e in primis il presupporre un essere umano già assolutamente definibile come tale e originario dal quale deriverebbero (tra l’altro attraverso una serie di incesti) tutti gli altri; versione della nascita dell’uomo che la scienza ha spacciato da tempo in modo inesorabile e definitivo.

Il problema principale di tale proposizione dei fatti è nel messaggio implicito (ma anche esplicito) che comporta, e nel conseguente condizionamento mentale che esso crea negli individui che, allevati con tali dati, tendono a sviluppare e portare con loro per tutta la vita con grosse e nefaste ripercussioni anche comportamentali.

Chiunque non abbia riconosciuto come tale e debellato da se questa bizzarria, non vedrà mai chiaramente la missione principale dell’umanità, che è quella di limitare e sconfiggere del tutto la presenza del dolore nella storia e nel mondo. Anzi sarà incline sia ad accettarlo, che, addirittura, a promuoverlo ed usarlo strumentalmente in vista di ulteriori stadi dell’esistenza e fini specifici.

L’appello, invero piuttosto vago nei suoi contorni pratici, “all’amore” come supremo bene e alla “mitezza”, e tutto il resto che appartiene alla nostra cultura, specie religiosa, non eliminano i dati di fatto e tutte le altre fesserie contraddittorie che pure si dicono e che hanno condotto ad esempi brillanti di non rispetto della vita umana tra cui, per fare un esempio curioso e significativo ancorché leggendario, l’uccisione dei catari, assieme ai non catari, al massacro di Béziers, motivata col famoso: “Dio riconoscerà i suoi”, di Arnaud Amaury, (uccidete tutti, Dio riconoscerà i suoi). Il solo concepire una storia del genere dovrebbe far riflettere.

Per avere una società e un mondo migliore non è affatto necessario pretendere o aspirare a che i membri della specie umana “si amino”, ma è per lo meno indispensabile che tutti sappiano e che comprendano, a beneficio proprio e di chiunque, che l’obbiettivo del sapiens è quello di eliminare la sofferenza dal mondo e che essa non va mai, mai, mai tollerata, non avendo né senso, né scopo.

Certo, si tratta di un discorso estremamente intricato! Di, almeno per ora, impossibile realizzazione pratica, “utopico” e che, qualora si realizzasse davvero, di certo lascerebbe in eredità al mondo forse addirittura una “specie nuova”, diremmo: disumana. Ma almeno con tale, e corretta, concezione e visione dei fatti e delle prospettive, dovrebbe essere educato ciascuno sin da poppante. Ribadisco: la sofferenza di tutti gli esseri della terra è IL nemico, non ha alcun senso specifico e meno che mai utilità, ed essa va debellata o per lo meno contrastata con la maggiore forza possibile da tutti i membri dell’umanità e verso tutti gli esseri in grado di soffrire.

Il fatto che l’uomo possieda necessariamente una “spinta” verso di essa, sia nel realizzarla, che nell’accettarla, o addirittura nel cercarla consensualmente a volte, e che essa sia frutto di dinamiche biologiche ed evolutive dovute alla lotta per la sopravvivenza, non inficiano affatto il discorso: se a un certo punto della storia umana è possibile, diciamo “rammollirsi”, per esserci allontanati dalla morsa dello stato di natura in cui era imprescindibile lottare violentemente per la sussistenza, questo è ciò che conviene fare, e si faccia!

D’altronde non sono più ammessi gli spettacoli gladiatori, per esempio, proprio perché la percezione delle cose e la sensibilità umana sono cambiate già rispetto a soli duemila anni fa; e ben venga! Presto anche le corride saranno abolite!

Per chissà quanto altro (lungo) tempo i meri retaggi biologici osteranno alla scomparsa della sofferenza e all’uso della stessa nel mondo; l’aggressività umana, che provoca quella evitabile, è di sicuro molto radicata nella sua natura: l’uomo la cerca ed esercita perché strumentale alla sopravvivenza. Tuttavia, educare le persone con un punto di partenza recisamente ostile e di rifiuto totale della sofferenza (ed educare, al contempo, al piacere e alla gioia), piuttosto che col nostro attuale delirio religioso e colpevolista, sarebbe già sicuramente un gran passo avanti e un eccellente punto di partenza per avere un mondo migliore.

La sofferenza, l’orrore, l’aggressività, vanno usati e tollerati solo se realizzati in modo innocuo; lì va sfogato e ricondotto tutto quel residuo di parte belluina e ancestrale che è in noi. Niente più guerre, ma sport, niente più maltrattamenti e umiliazioni del prossimo, ma giochi erotici e sessuali consensuali di dominazione e sottomissione, niente più atrocità e aggressività nel quotidiano, ma violenza solo nell’arte nella finzione: il cinema, la scultura, la pittura, la musica, la letteratura etc.

Parimenti è necessario educare chiunque a saper godere e gioire del meglio della vita, potenziare i momenti e gli stati positivi in modo contagioso e universale. La nostra cultura, ma non solo, altre in modo anche peggiore, non sono affatto in grado di accogliere un punto di vista siffatto, che comunque è quello che è proprio e implicito nello spirito del nostro tempo e necessaria conseguenza di quello che siamo venuti a sapere del mondo e dell’universo negli ultimi decenni.

Benché comunemente si creda di vivere in una società “edonista”, la diseducazione assoluta al piacere, la cui origine attribuisco  al senso di colpa cristiano (e non cristiano) si manifesta in mille modi, e così pure l’aggressività. Un ritorno al passato o alla “tradizione” non farebbe che peggiorare le cose. Aggressività e diseducazione al piacere spesso si appaiano in modo sinistro, per esempio nella intollerabile e iniqua distribuzione delle risorse e delle ricchezze (voluta!) laddove per la maggior parte delle persone più agiate buona parte del godere non è incentrato sul possesso di un oggetto, o la realizzazione di un comportamento, in se, quanto dall’esclusione degli altri dal poter fare qualcosa di analogo e primeggiare tra tutti.

È insano, oltre che barbaro e meschino, per formulare un banale esempio concreto, guidare una Ferrari (per non parlare di fare sesso con qualcuno) solo per sentirsi dei vincenti rispetto a coloro che non hanno i mezzi e le capacità per farlo e godere di ciò. Le persone che agiscono in tale modo crudele, oltre che infimo, andrebbero biasimate e isolate da una umanità degna di raccogliere la sfida per ottenere i traguardi che i magnifici tempi che scienza e conoscenza ci stanno regalando, promettono. La cooperazione e la gioia sono il futuro!

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