Un Pianeta Condannato

Ho sempre detto che avrei scritto almeno un pezzo di prosa per ogni “genere letterario”. Dopo quattro anni di attività, benché amatoriale, l’assenza di un racconto di fantascienza iniziava ad essere imbarazzante. Non essendo più plausibile procrastinare oltre, ecco un racconto del genere, ovviamente messo a punto senza rinunciare alle specificità del mio stile e le mie caratteristiche narrative. Ricorrono anche molti dei leitmotiv tipici dell’inquietudine verso l’esistenza e si intesse una fitta rete di suggestive corrispondenze per guidare il lettore alla riflessione anche su temi del nostro momento storico.  


Alcuni sogni paiono simili a “trasmissioni radio”, o a onde che ti raggiungono quasi come messaggi alieni, come fossero in un linguaggio dapprima incomprensibile, che poi è decifrato inconsciamente, a volte in immagini, altre in parole chiave, altre ancora in un complicato concetto, di cui però ci si rende conto di ricordare solo la conclusione, o il nucleo principale e più semplice. Lasciano magari un profondo senso di angoscia e poco altro. 

Ma d’altra parte chi sa con esattezza cosa succede nel nostro cervello e perché? Cosa susciti in esso certi responsi anziché altri.     
Non sono un esperto di neuroscienze, ho perso tempo più su studi classici e di filosofia, che discutono inutilmente attorno alla “libertà umana”, i sensi, l’origine del pensiero.    
Un claudicante interesse per il sapere scientifico, non supportato purtroppo da adeguati studi tecnici, mi ha condotto alla conoscenza solo superficiale di esperimenti che per ora parrebbero smentire la reale presenza della così detta “libertà di scelta” nell’uomo, quella una volta chiamata “libero arbitrio”, concetto creato e usato più che altro a scopi religiosi, per motivare e dare senso alla presenza di altri pilastri di quell’imponente, ma assai confuso, impianto morale, come la responsabilità, la colpa, il castigo.

Ad oggi, parrebbe che si sia solo soggetti a stimoli esterni e ad essi si reagisca, senza avere vera capacità di interferire e dirigere alcunché; come i rami e le foglie di un albero si muovono  al vento, così l’essere umano e le altre specie, mordono e cacciano, rubano o donano, lavorano o oziano, aprono una lattina di birra o scoprono la penicillina, ingannati dalla loro autocoscienza, come se “volessero” farlo.  
L’illusione di aver “lavorato” o “deciso”, o magari “resistito”, o “essersi sforzati”, su tali comportamenti sarebbe solo dovuta ad un’attività cerebrale quasi istantanea, ma a ben vedere postuma all’azione, con cui unicamente si accetta e ratifica ciò che sta succedendo, senza influenzarlo veramente.         
Il mondo esterno agisce su noi spingendoci a realizzare un’attività, e il nostro cervello, qualche millisecondo dopo aver agito, si organizza per far credere a sé stesso (noi) di aver “voluto agire”. …O un qualcosa del genere, che mi pare abbastanza convincente, o meglio, che la mia struttura psicofisica è portata ad interpretare e sentire come “convincente” o più convincente di altro, solo perché così è formata a priori. Siamo uno stato della materia, forse: solida, liquida, gassosa, colloidale… cosciente!

E cosa sono le intuizioni? Cosa di preciso “le idee”? Oggetti della mente, che dalla prospettiva del soggetto pensante, all’improvviso sorgono e prendono una forma, te li trovi lì, non sai nemmeno dove invero, nel cervello, si dice, dove prima non c’erano, ora eccole!

Che non sia il cervello umano a “partorire” le idee, ma che sia un agente esterno a suscitarle, e che per esse vada anche “ringraziato” se del caso, è immagine antica quanto l’essere umano, non è affatto “moderna”.        
Come pensare di arrogarsi il merito di qualcosa che nasce e fiorisce senza alcuno sforzo? E anche sull’arte e in specie la poesia, oggi forse potremmo pensare che una determinata struttura psicofisica sia più pronta di altre alla ripetizione di questo strano “miracolo umano”, che può anche essere fonte di fama, eccellenza, amore, e tutto il resto.      
Un tempo, però, il poeta si schermiva dall’autocelebrazione, era il “Dio” a donargli i versi, erano le Muse a prediligerlo su altri come loro vaso, ricettacolo, lui si sforzava solo di affinare le tecniche. Mito che esiste dalla Grecia alla Scandinavia dove presso i vichinghi pure, il dono poetico era concesso dagli Dei.

Nel culto della personalità contemporaneo, non c’è bisogno di tali artefatti, ci si arroga subito e di buon grado ogni merito creativo o scientifico, ma davvero, stanno così le cose? Oltre all’intelligenza, siamo noi ad avere una maggiore o minore “creatività”? Questa versione dei fatti è vera, o è solo un modo come un altro per liquidare quello che ancora non si conosce? Un errore, come lo era pure il concetto di Musa?

E appunto, forse, se un dono esiste, in alcuni potrebbe essere proprio quello di tradurre dei segnali cosmici, che giungono dall’esterno, in figure e storie, in parole comprensibili per altri esseri simili che non sanno decifrarli altrettanto bene.
E c’è da stare attenti, allora, alle storie, perché alcune, potrebbero essere in un mondo intermedio tra ciò che si definisce “vero” e ciò che si pensa essere solo “di fantasia”.

Quando ancora brillavano i soli da cui sono nati i nostri pianeti, e i nostri atomi non erano ancora stati plasmati nelle loro fucine a fusione, ma i loro predecessori illuminavano un indifferente vuoto, milioni e milioni di anni fa, si erano già date le condizioni per supportare vita intelligente nell’universo; civiltà ormai scomparse, in alcuni casi erano arrivate ad essere tecnologicamente assai avanzate, e fiorivano in varie galassie.       
Alcune, erano sullo stesso nostro percorso di comprensione di ciò che è la “materia”, ed erano arrivate a carpirne segreti anche maggiori, a sondarne più in profondità l’essenza, a manipolarla in modo anche più intimo di come possiamo fare noi, per ora solo con le nostre fissioni di nuclei.

Una di esse, nel corso della sua davvero folgorante espansione, grazie, è ovvio, anche a quell’improbabile appaiarsi di circostanze favorevoli di cui anche noi ci gioviamo, ma in maniera meno benigna, era riuscita a colonizzare vari pianeti e satelliti del suo sistema solare, e persino di quelli limitrofi, stabilendo insediamenti che, come succede anche nella nostra storia, avevano iniziato a divergere, una volta isolatisi, e ad accentuare caratteristiche culturali, e specificità, le quali, pur a partire dalla stessa specie, conferivano a ciascuna di esse un grosso senso di appartenenza ed identità, ed avevano plasmato mondi del tutto differenti, persino opposti in principi e visioni del proprio ruolo nell’universo.

Su un’espansione interplanetaria di circa una ventina di mondi, tutti indipendenti e autogovernati, uno tra tutti si mostrava particolarmente aggressivo e desideroso di imporsi sugli altri. 
Con una cultura che esaltava lo sviluppo scientifico bellico su ogni altro e idee di supremazia naturale del più forte ed imposizione assoluta sull’ambiente, da parte di chi ne è capace, a partire da certi studi ed esperimenti, i suoi scienziati più audaci e intrepidi, avevano iniziato a sviluppare un’arma segreta con cui minacciare e, se del caso, distruggere completamente chiunque altro, in modo da ottenere la totale ed incondizionata sottomissione di qualunque essere razionale.

L’arma era tecnologicamente assai avanzata e di una potenza devastante, spaventosa, e nessuno ne conosce la caratteristiche tecniche precise, o saprebbe mai riprodurla, e neppure immaginare come funzionasse esattamente. Si trattava di una sostanza organizzata in una sfera, che inglobava ogni tipo di materia con cui veniva a contatto diretto. Ogni materia, senza eccezioni.

La sua superficie, anche se all’inizio minuscola, era in grado di assorbire ciò che toccava e di conseguenza, avendo maggiore area di contatto con cui depredare altra materia, si incrementava sempre più velocemente, con maggiore capacità di inglobarne altra, in un pernicioso quanto inarrestabile circolo vizioso.  
Tale sostanza riusciva ad agire su ogni altra a livello subatomico, smembrando nuclei e particelle. Non era, infatti, rilevante se dovesse vedersela con atomi di idrogeno, carbonio, ferro, uranio, neon, zinco, ossigeno, o ogni altro elemento, utilizzava tutto ciò che era loro proprio, distruggendone la disposizione interna per renderli esattamente come ciò che essa stessa era, e per farlo sfruttava la loro stessa energia.  
Tutto si ricomponeva in quello che non era propriamente un nuovo stato della materia così come lo si intende generalmente, ma qualcosa di completamente diverso e nuovo, più profondo e dove l’atomo come architettura di base non esisteva più. In tal modo rendeva tutto uguale a sé, parte di sé.

Una volta entrata in azione, era completamente impossibile fermarne la crescita.  E se lanciata su un pianeta, iniziava a divorarlo, passando in poco tempo dalle dimensioni in cui si trovava, pressappoco quelle di una biglia, a quelle di un pallone da basket, poi di un edificio, e cresceva velocemente fino ad affondare all’interno della crosta, perforandola fino al nucleo in accordo con le leggi di gravità e provocando cataclismi estremamente distruttivi su tutta la superficie.

La sfera, che quando arrivava al centro del pianeta era, rispetto ad esso, ancora di piccole dimensioni, e lo aveva perforato come uno spillo, benché il suo diametro fosse già di parecchi chilometri, proseguiva la sua devastante corsa su e giù per il diametro dell’oggetto celeste, propulsa dal suo stesso peso, cresceva ancora continuamente nel tragitto, fino a che si stabiliva al centro, e lo assimilava completamente ora dopo ora.         
Mentre era attiva, alla vista pareva una sostanza simile ad una brillante gomma morbida, dal sinistro bagliore verde chiaro e vitreo, cristallino, acqueo, con una temperatura piuttosto costante, a prescindere da quella della materia assimilata; non irradiava calore.

Una volta fermatasi al centro di solito incandescente e di metallo fluido del pianeta, la massa pareva dall’esterno essere tornata alla normalità; terremoti, o eventuali maremoti, che avevano devastato e squassato la superficie e l’avevano completamente devastata, parevano essere cessati, ma se il pianeta ospitava vita intelligente e costruzioni frutto del suo ingegno, esse erano, molto probabilmente, già state compromesse in modo serio, se non erano state spazzate via completamente.

La rinnovata calma era solo apparente però, ipotetici superstiti avrebbero presto testimoniato, a costo della loro stessa vita, che la sfera verde aveva, ininterrottamente e a ritmo crescente, continuato ad agire all’interno, la sua voracità silenziosa avrebbe infine raggiunto anche la superficie, e finito per divorare anche essa, e con essa ogni essere che la abitasse.

Gli unici ipotizzabili superstiti, sarebbero dovuti essere in orbita, o comunque staccati dalla superficie, e dalla sua atmosfera, la quale, essendo anche essa composta di atomi “aggredibili” non avrebbe lasciato scampo a un pilota in un terrorizzato volo di aereo su un oceano verde. I viaggiatori galattici, magari in fuga e allontanandosi su navi predisposte per estenuanti tragitti interplanetari, dalla loro dimora condannata all’estinzione, avrebbero solo potuto testimoniare impotenti che la loro “casa” aveva subito una completa metamorfosi irreversibile. Era diventata, dalla prospettiva terrificante e nera dell’esilio nello spazio siderale, una massa scura, interamente formata di quella sostanza dalla pericolosità estrema e dal sinistro bagliore.

In modo da non dover mai ricorrere all’uso dello strano plasma color clorofilla, invero così devastante, e gestibile solo con tale difficoltà da terrorizzare perfino i suoi creatori, loro stessi ne avevano illustrato, con dovizia di particolari, funzionamento ed estrema pericolosità, mettendo in guardia chiunque dal sottovalutare la minaccia e cercando di far capire anche quanto doloroso fosse per un essere senziente essere assimilato da essa. Molto meglio essere già dei corpi inerti.

“Non c’è nulla da fare, tranne arrendersi incondizionatamente” spiegavano “una volta che la massa entra in contatto con il bersaglio, esso è condannato; in un tempo variabile solo di poco, lo assimilerà, rendendolo a sua volta estremamente pericoloso, perché qualunque cosa finisca per toccarla non farà che accrescerla, e prima o poi, dipendendo dalle vicende del corpo celeste, essa si propagherà per l’universo, forse addirittura divorandolo completamente. Se infatti una stella di grandi dimensioni fosse colpita ed esplodesse, una nebulosa di tale sostanza potrebbe essere una minaccia eterna e silente, in attesa di vittime e in angosciosa espansione.”

Una cultura aggressiva all’estremo, ma anche estremamente intelligente e tecnologica, si può immaginare come anche piuttosto consapevole della propria caducità ed impotenza, fino ad arrivare a formare in sé una sorta di “risentimento universale”, che rasenta il desiderio folle di volersi vendicare alla cieca per il mero fatto di essere arrivati ad esistere. Ci sono forme di conoscenza che, lo si ammetta apertamente o lo si occulti, portano all’odio assoluto.

Che quello di creare prima, e di arrivare ad usare poi, un’arma incontrollabile e incontenibile, fosse una scelta del tutto scriteriata, in definitiva irrazionale e autolesionista, è una critica facile fino al truismo, che non considera affatto le circostanze e la situazione di disperata frustrazione di chi non riesce a dominare ciò che ha attorno e che, nell’anelo frustrato di arrivarci, arriva ad detestare profondamente la sua propria incapacità innanzitutto, e per conseguenza anche tutto il resto.      
Dominio, o morte! Era il motto in risposta alle obiezioni più sensate e prudenti di ogni altra civiltà.

A titolo dimostrativo, una piccola luna fu sacrificata, in orbita attorno al pianeta più restio a credere che le minacce fossero verosimili, e che aveva, anzi, esplicitamente mostrato sospetti e scetticismi rispetto alla reale esistenza di un’arma del genere.       
Quella sinistra luna verde brillò nel cielo per sempre, a monito per chiunque non credesse al reale potere distruttivo dell’invenzione e terrorizzò e ammutolì tutti coloro che gli vivevano sotto e la vedevano sorgere ad ogni rotazione.   

Tutto, su di essa, era stato assimilato, e sacrificati completamente anche tutti gli stabilimenti minerari. Non furono perse vite coscienti, dato che l’attacco dimostrativo fu annunciato con largo anticipo, proprio per dare tempo ad un’evacuazione che si decise di realizzare per mera prudenza, ma che divise le opinioni, in considerazione degli alti costi delle operazioni di sgombro e delle perdite per le interruzioni delle attività estrattive.

Era tutto vero! L’universo conosciuto era cambiato. Esisteva ora la possibilità di essere completamente annichiliti, e c’era da prenderla in considerazione.

Ciò che aveva suscitato i maggiori dubbi sull’esistenza della mortifera sfera riguardava come essa potesse essere tenuta stabile e inoffensiva, e mandata su un bersaglio, senza divorare per primo il suo stesso creatore, e prima il razzo dove era stata montata, con tutto ciò che avesse attorno, come era solita fare.

La risposta dapprima non fu resa pubblica, dato che non c’era altro da aggiungere alla “luna verde”, il resto poteva rimanere un mistero per tutti. Non era questo il punto centrale del problema, esso, il punto centrale, era che essa esisteva e distruggeva, annientava ogni cosa, proprio così come era stato promesso.               

La civiltà con le tendenze più opposte all’altra, quanto a spirito ed atteggiamento vitale, pacifica, e cooperativa, riuscì, tuttavia a trovare la risposta autonomamente e la diffuse subito.       
Il materiale era stabile ed inerte solo ad una temperatura prossima allo zero assoluto.
Mentre il calore non influiva su essa, il freddo lo faceva, ma solo fino a un massimo di cinque gradi sopra il limite. Superata quella soglia, la sostanza si attivava e ad un ritmo che non pareva affatto rallentato, ma anzi piuttosto costante, di lì in poi era impossibile cambiarne la struttura e le caratteristiche, e non si riusciva neppure a fermarla.

L’unica maniera per opporsi alla sua devastazione, una volta che avesse raggiunto il bersaglio, era, perciò, quella di isolarla e raffreddarla fino alla soglia di almeno –268,16 °C, poi disfarsene il prima possibile, nel migliore dei modi, lanciandola nel vuoto dello spazio.    
Nessuna idea, infatti, era stata formulata su come distruggerla, e, nessuno lo sapeva, nemmeno i suoi creatori.

Va da sé che il poter resistere a un attacco del genere era possibile solo da parte di una civiltà tecnologicamente avanzatissima. Era infatti necessario scovare la “pallina verde” il prima possibile, e prima che raggiungesse delle dimensioni che ne rendessero impossibile il raffreddamento della superficie. Ovviamente all’inizio bastava raffreddare quella, dato che il “contagio” di dava per contatto. Tale operazione era, però, alla portata solo di poche civiltà.        
La maggior parte di esse non era arrivata a poter scendere a quelle temperature e meno che mai con sistemi che fossero in grado di essere maneggiati e trasportati dovunque fosse necessario.

Intervenire sulla sostanza efficacemente, senza congelarla era un’ipotesi assolutamente remota. Si sarebbe dovuto agire con estrema velocità, prelevare la sfera quando ancora di piccole dimensioni, assieme ad altra materia attorno, come un “cuscino”, in modo che fosse possibile manovrarla, caricarla su un apposito razzo di grosse dimensioni e pieno di altra materia “sacrificabile”, e che potesse resistere al suo costante lavorio per il tempo necessario a spedirla di gran carriera fuori dall’attrazione gravitazionale planetaria, un tragitto che per lo meno arrivasse all’orbita.       
Ciò non era affatto verosimile che potesse essere conseguito prima che essa sfondasse il razzo e ripiombasse, più grossa e pesante, questa volta incontenibile, di nuovo sulla crosta. A quel punto solo un piano di evacuazione poteva essere messo in atto, e con esso probabilmente la morte per inedia, lenta e inesorabile, di tutta la specie, nella ricerca, statisticamente inverosimile, di un nuovo luogo dove approdare e ricominciare a prosperare. A meno che qualche altro pianeta non si rendesse disponibile ad accogliere i profughi, situazione affatto scontata.

La scoperta del “punto debole” della sfera verde, dopo tutto, non cambiava di molto i fatti e non aveva rilevanti ripercussioni strategiche. Essa rimaneva un’arma letale, probabilmente incontenibile, di certo per tutti coloro che non avessero un sistema per portarla alla temperatura richiesta, subito dopo averla raggiunta in qualunque parte del globo fosse andata a ficcarsi.

Le civiltà più avanzate e solerti si impegnarono, tuttavia, nella costruzione di sistemi orbitali di protezione, per fermare i vettori con cui la sfera poteva essere spedita sul bersaglio, prima che essi superassero il limite dell’attrazione gravitazionale, e potessero precipitare sulla superficie condannandola.
E ciò fecero nonostante gli avvertimenti e le minacce di non procedere, a costo di essere annichiliti completamente in modo preventivo e prima di riuscire a terminare le loro opere.        
Esse erano comunque da considerarsi null’altro che precari palliativi, e, in considerazione di ciò, non si reagì con intransigenza. Nessuno fu attaccato.      
Tutti le altre civiltà si rassegnarono ad una pesante sottomissione e schiavitù, i pianeti abitati solo da vita animale non intelligente ebbero la fortuna di non rendersi conto di nulla di quanto stava succedendo. Non può essere minacciato chi non può comprendere la minaccia.  

Chi domina quella materia ha comunque gioco facile, a prescindere dalle opere di contenimento messe in atto. Questa la pesante realtà che doveva essere ammessa; si può riuscire con ogni mezzo o trucco a farla arrivare sul bersaglio, attivarla, e con ciò condannarlo all’estinzione. Può recapitarla una spia, magari un apparentemente innocuo viaggiatore con una valigetta criogenica da organi modificata, o poteva essere celata nel cuore di un immenso cargo commerciale, e così via.

La posizione di supremazia era così devastante, che persino una civiltà assai proclive alla distruzione come quella dei suoi inventori, non aveva sentito il bisogno di mettere prontamente in atto le minacce contro gli inani sforzi di resistenza degli altri pianeti e il loro panico.

Dal momento che essi non fermavano, però, le loro frenetiche quanto inutili attività di difesa, e che ogni relazione diplomatica e commerciale era stata troncata, e, specie, che esisteva la possibilità che prima o poi anche gli altri sarebbero arrivati a capire il segreto dell’arma, la sua origine e come fabbricarla rendendola di fatto inutile se non come deterrente, fu deciso di colpire, a titolo dimostrativo, proprio il pianeta più mite e che aveva diffuso notizie su come contenere o contrastare la minaccia.

Si decise di far fallire surrettiziamente ogni tipo di trattativa che portasse ad una sospensione delle attività di guerra. Con la sentenza di morte già scritta in tasca, alla fine un primo missile fu lanciato, davanti a una platea interplanetaria terrorizzata e attonita, con occhi sgranati sugli schermi che riportavano le operazioni di attacco. Esso venne bloccato solo quando ormai aveva già raggiunto la superficie, la sostanza, caduta sul deserto, fu fermata prontamente, quando era ancora delle dimensioni di una grossa biglia di vetro, e fu conservata al sicuro per essere, se possibile, studiata meglio.

La rabbia e la collera più nere invasero gli attaccanti.
Un secondo missile fu lanciato poco dopo e questa volta esso fu solo deflesso. Continuò la sua folle corsa inabissandosi nella profondità dell’universo, mentre il pianeta intero, col fiato sospeso, si preparava all’arrivo di chissà quanti altri.

Un terzo missile fu lanciato ed altri tre preparati simultaneamente, ma questa volta accadde l’impensabile. Esso esplose in volo prima di uscire dalla sua atmosfera, e la sfera ricadde sul suolo dei suoi creatori come l’ira dell’universo intero contro la loro superbia e prepotenza.

Una situazione prevista e contro cui si erano organizzate operazione di emergenza. Le unità di recupero si attivarono prontamente, mentre tutto il sistema solare e quelli vicini si auguravano il loro fallimento.
E tutto andò storto; con una probabilità stimabile in una su oltre un miliardo, ben quattro filtri di sicurezza consecutivamente fecero cilecca. La sfera aveva raggiunto una massa ormai critica e che difficilmente sarebbe potuta essere raffreddata in tempo pure dai potenti congelatori portatili giunti prontamente sul posto, il fondo di un canyon, e prima di ingrandirsi abbastanza da non poter essere isolata in nessun luogo abbastanza freddo.

Tra incudine e martello, per evitare l’insuccesso di un raffreddamento mancato e contemplare la propria fine passo dopo passo da vicino, non si poteva che rischiare l’ultimo ed estremo tentativo: provare a caricarla su un razzo di emergenza e buttarla fuori. Il rimedio più disperato, messo in pratica quando ormai la sfera era già più grossa di una palla da baseball: troppo. Il razzo con coordinate casuali che semplicemente allontanassero la sostanza, si alzò in volo, percorse una linea curva striando velocemente il cielo rosso, ad occhio nudo non era ormai che poco più di un puntino, c’era quasi, vicino all’orbita, quando dai potenti teleobbiettivi che lo seguivano si vide chiaramente un oggetto verde fosforescente precipitare in mare dalla sua esplosione.

Non c’era più nulla da fare. Tutte le unità navali e aeree in zona accorsero sul posto, dove sotto il pelo dell’acqua perennemente calma, ma ora gorgogliante, un bagliore verde diveniva sempre più grande e sinistro. La palla verde era ormai delle dimensioni di svariati metri, poi divenne di chilometri. Impossibile rimuoverla. Stava perforando il basso fondo marino di dove era precipitata.          
Le navi non potevano avvicinarsi, né potevano più tornare indietro; furono risucchiate tutte in un gorgo immane che finì per prosciugare l’oceano. La distruzione dell’intero pianeta era iniziata sotto gli occhi attoniti dei suoi abitanti e di quelli di tutti gli altri pianeti.     
Nessun di loro lo lasciò, però, preferendo la morte alla vergogna di chiedere asilo a coloro che avevano minacciato di annichilimento e che, con ogni comprensibile verosimiglianza, non glielo avrebbero mai concesso, o li avrebbero ripagati con quella schiavitù che loro stessi avevano promesso.

Gli spettatori del resto dei pianeti passarono generalmente dalla gioia e la trionfale celebrazione per la fine della paura, a un senso di profonda costernazione. Tutti, nessuno escluso, guardavano in silenzio le ultime ore del loro tiranno scellerato, sentendo ormai solo pena e tristezza per le tante vite che sarebbero state perdute e per il nonsenso, l’inutilità crudele e beffarda con cui esse erano state sacrificate.      
Gli abitanti del pianeta più mite e illuminato, non si smentirono; sempre animati dalle migliori intenzioni, e nonostante stessero ammirando nel loro nemico impotente quella stessa fine che si sarebbe voluta riservare a loro, in un referendum istantaneo, manifestarono prontamente la loro quasi unanime  disponibilità ad accogliere profughi e tenerli in libertà con loro, sotto l’impegno di non manifestare mai più alcuna ostilità. Le potenti unità da sbarco in attesa di comandi, mandate in orbita sul pianeta per il pronto intervento, non ottennero, però, mai alcuna risposta.

Presto nel sistema solare non solo una piccola luna verde brillava, ma anche un ben più significativo pianeta dello stesso colore, quello dei creatori della malefica sostanza che gli si era ritorta contro e li aveva distrutti.   

Furono esperiti migliaia di tentativi per cercare di studiarla e capire come fosse stata creata e se fosse possibile annullarne gli effetti, quasi “ucciderla”, o più correttamente renderla inerte, inattiva.     
Non c’era nulla da fare, i suoi segreti erano sepolti in essa stessa, nella massa verdastra che conteneva i corpi e le menti di quelli che un tempo erano stati i suoi scellerati creatori.  

Ci vollero molti secoli di studio prima che l’enigma fosse risolto del tutto e si riuscisse a trovare un modo di cristallizzarla completamente; durante essi, nessun incidente accorse, e neppure la minima quantità di materia andò perduto, tutto fu quindi isolato e neutralizzato. Il sistema solare aveva due sfere lisce e simili a vetro, due immani cristalli scuri che rilucevano come smeraldi se colpiti dalla luce di una stella. Ormai parlavano di morte solo a chi ricordasse tutta la loro vicenda.

Rimaneva dunque solo un pezzo di quella malefica sostanza, quello che vagava per l’universo, sul missile che aveva mancato il bersaglio ed era stato deflesso.
Si cercò di rintracciarlo, ma era impossibile raggiungerlo. Allora si calcolò con la massima precisione la rotta dell’ordigno, assieme all’evoluzione possibile dell’universo, fino a cercare di stabilire su cosa, prima o poi, sarebbe andata a scontrarsi, e per evitare che i suoi effetti, nel peggiore dei casi potessero addirittura finire per distruggere l’universo intero, e nel migliore rappresentassero una minaccia inerte e taciturna per sempre.

Purtroppo i magnifici ed accurati calcoli di quella splendida civiltà assai dedita all’astronomia a gli studi teoretici, persero la loro validità e accuratezza dopo l’immane periodo di prognosi di un miliardo di anni. Per tutto quel tempo l’oggetto avrebbe tenuto una traiettoria immune dall’attrazione gravitazionale di grandi corpi celesti. Uscendo dalla galassia intatto, e poi perdendosi nel tragitto verso altre, solitario e indisturbato.

Il rischio non era certo immediato, la loro civiltà si sarebbe estinta assai prima dell’approssimarsi del rischio di vedere qualcosa tramutarsi in quella specie di “polimero” non atomico disgraziato, ma se altre se ne fossero date in un futuro remoto? Altre intelligenti, autocoscienti e tecnologiche pure loro? E se fossero state colpite proprio esse? Si sarebbe voluto rischiare di condannare esseri senzienti, benché di altri mondi lontani, a quella fine, senza fare nulla? È l’indifferenza l’atteggiamento adeguato ad un pericolo del genere?      Non sono unite tutte le specie intelligenti da un vincolo di solidarietà, per il mero fatto di essere tali, e condividere l’esistenza consapevole e il pensiero, oltre ogni confine dello spazio e del tempo?         
O sarebbe stato plausibile rischiare che lentamente tutto l’universo esistente fosse colpito da una lenta, ma inesorabile “epidemia”? E cosa sarebbe successo se ad attrarre il missile alla deriva fosse stato un buco nero? Nessuno lo immaginava, la sostanza non aveva la struttura della materia ordinaria. Si sarebbero messi forse a repentaglio altri universi? Non si poteva rischiare.

Miliardi di anni dopo, il corpo in moto costante sarebbe arrivato, ormai nella forma di una meteora verde, per aver divorato il vettore, su un pianeta, fu finalmente previsto con una approssimazione non del tutto soddisfacente, ma ancora verosimile.      
Si scelse quindi di far precedere il suo arrivo da un segnale che mettesse in guardia eventuali creature intelligenti dell’immane pericolo, completandolo con delle istruzioni su come operare per contenere e distruggere la minaccia, qualora in ascolto ci fosse qualcuno con un livello tecnologico che permettesse di mettere mano alla situazione. Era una possibilità assai remota, ma non doveva essere trascurata.

Il messaggio fu concepito in modo da seguire la stessa esatta rotta del relitto, ma di precederlo di solo qualche centinaio di anni, e di essere ripetuto a scadenze temporali, in modo da avere maggiori possibilità di essere recepito da qualcuno, prima, e di trovare chi fosse in grado di capirne il contenuto per prepararlo a ricevere e distruggere la materia verde, poi.

Fu elaborato secondo quello che era considerato un linguaggio di logica pura e universale, che poteva manifestarsi e materializzarsi in modo diverso, adattandosi al tipo di recettore al quale era diretto e al suo grado di esperienza, conoscenza ed intelligenza. Chi condividesse il dono del ragionamento, sarebbe stato in grado di decifrare il contenuto proprio perché redatto solo secondo principi universali di razionalità, in modo così essenziale e lineare da essere intrinsecamente comprensibile.

Il primo avviso si manifestava, secondo gli ultimi calcoli, per gli abitanti del pianeta Terra, in orbita attorno alla stella Sole, sulla galassia Via Lattea, in forma di racconto di fantasia apparso nella mente di un imprecisabile abitante del posto.     
Con un po’ di fortuna il suo ricettore avrebbe avuto le conoscenze tecniche per appuntare e comprendere la base di equazioni necessarie e fisica minima per descrivere il pericolo e rintracciarlo nel cielo.   
Il messaggio, però, non può di per sé immettere nel recettore conoscenze di base che egli non abbia. Nel caso più disgraziato, egli non sarebbe stato che un ignaro e poco intelligente esemplare di una specie dalla tecnologia ancora mediocre, un esemplare piuttosto inutile ed inferiore, in grado di percepire solo una blaterante e vaga storia di fantasia, senza reali dettagli tecnici.       

In essa il problema sarebbe comunque stato per lo meno presentato la prima volta, e con ciò la storia sarebbe stata narrata.

Si sarebbe così messa all’erta la popolazione terrestre sul fatto che c’è un piccolo  asteroide verde in rotta di collisione con loro, esso era un missile un tempo, ed è estremamente pericoloso. Si sarebbe diffuso che se la sfera verde toccherà il pianeta esso sarà condannato all’estinzione.      
L’unico modo di contenere la sfera è il suo congelamento entro i cinque gradi al di sopra dello zero assoluto, l’unica maniera di distruggere la piccola sfera e di eliminare il problema è seguire in dettaglio le complicate procedure che saranno esposte, e ripetute passo per passo, durante il secolo precedente il suo arrivo, attraverso dei sogni, o delle intuizioni ed idee, recepite da alcuni soggetti umani, sperando che, prima o poi, uno di loro abbia le capacità necessarie per comprenderne in dettaglio i dati tecnici.

Abitanti del pianeta Terra, preparatevi a ricevere l’asteroide verde.

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