Un Prestigioso Lavoro al Caffè Storico

Ci passo tutti i giorni in piazza, poi mi infilo nel Caffè storico della mia città. Ci vado mica perché mi piace, è un posto troppo elegante, è mio padre che si ostina, non voglio contrariarlo, lo accontento.

Prendiamo il caffè insieme alle undici, tutti i giorni. Ne ho bisogno, mi distende i nervi, deve essere perché sono così dipendente che se non assumo caffeina divento irritabile. Lui è già lì, in giacca e cravatta, anche d’estate, anche da quando è pensionato. È convinto che abbiamo gli stessi gusti, non gli viene in mente che non è il posto per me, che giro vestito da rockettaro. Non sa manco cos’è, non ci fa caso, dice solo che sono ridicolo con quelle maglie e i giubbotti di pelle, che dovrei vestire meglio; si aggiusta soddisfatto il bavero della giacca ogni volta che allude all’eleganza.

Ogni giorno entro e lui viene verso di me dallo stesso angolo della sala, esattamente con le stesse mosse, celebrando il mio arrivo come fosse un avvenimento; poi va alla cassa, paga, ordina per tutti e due sempre lo stesso e ripete ogni volta che sono l’unico italiano che beve l’espresso così lungo.

È piccolino, gli amici suoi sono tutti della stessa taglia, in famiglia invece è il meno alto, si dice che è perché è nato che ancora c’era la guerra, ha mangiato poco da poppante. Durante la mia pausa caffè mattutina non sono mai accaduti eventi davvero significativi della mia biografia; l’ho capito riflettendo sul fatto che altrimenti non ripenserei così spesso a quanto mi irritò quell’amico suo lì fuori, un mattino.

Sono un tipo impaziente, atrabiliare, è vero, e succede più spesso quando si ripropongono le condizioni climatiche di quel giorno, col sole estivo che picchia, il bianco abbacinante del travertino della piazza, fastidioso, la canicola che fa scottare la pelle. Uno va a prendere un caffè per stare tranquillo, rilassarsi un momento, mica per dover sopportare gli altri.

Quel giorno incontrai mio padre fuori dal locale, con amici, mi unii a loro e il capannello di persone, troppo lento per me, più giovane di trent’anni, si diresse verso l’ombra del porticato che recinge l’ingresso. Prima di arrivarci il proprietario, amichevole col gruppo, ci venne incontro per far due chiacchiere, fermandoci mentre eravamo ancora sotto il sole, giusto prima dell’ombra, lui già al riparo.

Non mi è mai andato a genio, ma non me lo ero mai confessato chiaramente fino a quel giorno. Si avvicina e ci racconta una storia, per fare il simpatico, il classico siparietto da commerciante che ci tiene a farsi notare, l’imprenditorello brillante che sa stare al mondo, con tanti pensieri e decisioni da prendere, efficiente, impegnatissimo, eppure sempre disposto a regalare una frase o una storiella amena a tutti i clienti.

Lo fa per farli sentire a casa, partecipi, importanti. Con la crisi il lavoro scarseggiava, ci si arrangiava, ciascuno come poteva. Stava cercando camerieri e faceva la selezione, c’era la coda; si lamentava esageratamente, come tutte le persone di provincia o forse come tutti coloro che hanno più della media; si lagnava di tutto, non gli andava bene nessuno.

Tutto era problematico, nessuno era all’altezza di svolgere un lavoro tanto delicato in modo decente in quel bar così prestigioso, elegante, esclusivo, ricco di storia. I professionisti del settore sono scomparsi, arrivano solo i disperati e sì che si sarebbe dovuto pagare per lavorarci lì dentro, si sarebbe! …Per l’onore, il riguardo di esservi ammessi, non era per tutti, porco diavolo! Un posto così bello! E invece, nulla!

La gente non è riconoscente, la gente non apprezza, non vede i propri limiti, non sa cogliere le opportunità, non capisce, accipicchia! Ingrati! Ma non si vedono allo specchio? Non lo intendono come sono? Brutti, sciatti, volgari, dimessi, tristi, tutti depressi, tutti che paiono dei cadaveri ambulanti. Portamento ci vuole, soprattutto per certi mestieri, ma poi sempre nella vita!

Sì, nella vita, entusiasmo ci vuole, per far girare le cose, un po’ di entusiasmo, bella presenza e sorridere, presentarsi in modo decente, ottimisti e comunicando ottimismo anche in chi ci guarda, essere ben vestiti, figurare un po’. Tutti sempre a lamentarsi, invece! Nessuno sa fare nulla e tutti si lamentano! «Ma non hanno le divise i dipendenti del bar?», chiesi, ero distratto, annoiato. Dovevo essere proprio di quelli che non capivano! Un altro, ecco sì, magari di quelli con la vecchia mentalità grigia, da vacca, del “tutto dovuto”, senza fare sforzi; che la gente mo’… si merita di vivere e di lavorare per il mero fatto di esistere!? Ma pensa che scempiaggini! Non funziona così la vita, ragazzo mio!

Eh no, caro! La vita non è rose e fiori! Impegno ci vuole! E ottimismo! Un lavoro a contatto con la clientela è importante: si è il biglietto da visita di un posto prestigioso ogni volta che ci si avvicina a un tavolino. Ci vuole chi sia in grado di prenderla sul serio una responsabilità del genere. Poi ecco come andava il Paese, con gente che non sorride, che non capisce che: entusiasmo ci vuole! Che l’entusiasmo è la chiave, l’ottimismo e sopratutto avere un bell’aspetto.

Pensa tu, si era presentata una donna, brutta, ma brutta, ma orrenda, con una faccia…! Con una faccia che bisognava vederla! Ce la avrebbe proprio fatta vedere volentieri! Le parole non bastano! Di sicuro ci saremmo messi a ridere di lei, io, mio padre, lì, tutti! Sbellicati! Era impossibile non ridere dinanzi a questa qua, con quella espressione da ebete, le movenze lente, impacciata, grassa. Era arrivata e aveva detto: «Vorrei lavorare!», solo questo! Ma si può!?

Uno va a cercare lavoro e dice, “vorrei lavorare”, poi sta zitto, mica aggiunge altro, tipo, un po’ di entusiasmo, un po’ di verve, certa spigliatezza, ottimismo, elencando magari cosa si attende dal lavoro in questione, perché vorrebbe lavorare, perché proprio in quel posto, cosa potrebbe offrire, in cosa si eccelle. Accidenti! Invece nulla, niente di niente, “vorrei lavorare”, poi guardava co’ ‘sta faccia brutta, grassa, la voce cupa. Se uno deve dare lavoro di certo non lo dà a una così! Meno che mai in un posto elegante.

Chiunque sarà d’accordo! Chiunque! Piuttosto uno rimane senza camerieri, senza personale, a costo di dover prestare un servizio peggiore, e amen! A costo di andare per i tavoli il padrone! Non che si debba presentare necessariamente un gran pezzo di figa, questo no, mica si pretende una della tv, ma una decente sì, di sicuro! Una che saresti disposto per lo meno a fartela, un tipetto, un po’ briosa, sorridente, peperina, una che ti fa divertire.

Poi oh, non è che uno lo fa per questo, ma non si sa mai, e il fascino del capo… sai quante donne ci badano!? Uuuuuh! Non ci avevo mai fatto caso fino ad allora, non è che mi soffermo su questo genere di dati in genere: lui era proprio brutto, era basso pure lui, aveva una voce nasale fastidiosa, parlava con una prosopopea noiosa, ma anche sciatta, era inascoltabile, non solo l’argomentare, ma pure il tono già da solo, il timbro della voce, il ritmo della loquela, particolarmente saccente, proponeva le sue chiacchiere con una singolare e proterva univocità.

Non ci avevo mai badato, ma sviluppava sempre una teatralità ridicola e indisponente, come se, a ogni frase, procedesse di cretinata in cretinata convinto di star inscenando un irresistibile, geniale spettacolo dicabaret dinanzi al quale non si sarebbe sopportato volentieri di dover attendere troppo a lungo la battuta successiva.

Aveva un naso affilato inadatto alla rotondità del viso, avevo sempre pensato che avesse un volto particolare, ma sino ad allora non avevo attribuito a questo dettaglio la preminenza nel determinarne quei tratti così singolarmente ostili alla vista. Una singolarissima faccia da cavolo. Era grassotto, piccoletto, pelato e non si rasava la chierica di capelli rimastagli che incorniciava un cranio un po’ abbondante. Si vedeva sempre vestito di marca, elegante, ma i capi gli cadevano addosso come cenci, le giacche gli facevano difetto dietro le spalle, sempre.

Neppure sua moglie mi piaceva, era troppo alta per lui forse e io la notavo avida, interessata, con uno sguardo avaro. Era famoso per essere uno intraprendente e che, se occorreva, sapeva ed era disposto pure a usare le mani per difendere il suo locale dalla gentaccia che gira. È un centro piccolo, si creano leggende e eroi in un attimo.

Una mattina prese a sberle un tossico che si era infilato nel suo bar, con ciò era diventato una specie di icona della determinazione del buon cittadino che arriva a stancarsi di essere vessato da gente che disprezza la vita e le buone regole della civile convivenza. Prendere a sberle un tossico non è che sia poi difficile, ma non tutti lo fanno. Si disse che si sarebbe dovuto fare più spesso, fargliela vedere, che anche le brave persone possono essere dure.

Il suo era stato a conti fatti un gesto di coraggio meramente simbolico, il tipo non si reggeva in piedi, lo portarono via in ambulanza, ma non per le percosse. All’improvviso, così, dopo il suo monologo, lo detestai. Cosa è una persona? Cos’è più importante, significativo di essa? Le sue azioni? I suoi pensieri? Le sue intenzioni? Le sue parole? Cos’ha preminenza? Di certo non il suo ruolo, o il suo aspetto. O no? Rimasi immobile, non dissi una parola, non entrai nel discorso, altri ridevano, mio padre pure.

Mi vergognai un po’ per loro, non pensavo si potesse ridere per davvero per quel racconto: di gente che cerca lavoro, probabilmente ha bisogno, forse si sente inadeguata, si vergogna, è timida… Pensavo che gli altri stessero ridendo solo per quieto vivere, per assecondare, perché non costava nulla ed era in un certo senso conveniente. Mi fece schifo, fui disgustato da queste convenienze, mi irrita il riso forzato. Gli altri, neppure loro, dovevano essere davvero divertiti, non credo. Mi concentrai su di me, non risi, non mossi un muscolo, perché stavo pensando ai fatti miei, non volli dissimulare, non volli andare incontro a nessuno.

Forse agii così solo perché già altri avevano comportamenti che toglievano dall’imbarazzo generale, e se non avesse riso nessuno sarei stato indotto io a farlo, avrei ceduto, per stemperare. Ma quella volta, me lo concessi, feci quello che mi andava e basta, senza mediazioni, ammicchi, semplicemente non seguii la corrente. Non manifestai nulla, neppure ostilità; all’inizio in effetti neppure ce l’avevo l’ostilità, poi sì, venne su, dentro di me e allora mi concentrai per non farla trasparire, affinché non affiorasse, perché volevo tenerla per me, pensarci un po’, riflettere e non farmi vedere infastidito da nulla. Mi sentivo inquieto come se fossi stato bruscamente svegliato da un sonno profondo.

Così mi sembrava l’essermi reso conto di botto di quanto l’aspetto di questo individuo mi risultasse sgradevole. Ma ero ancora più infastidito dal pensiero che potesse avere ragione lui. La gente brutta è proprio insopportabile, è invedibile, dovrebbe rendersi conto e non uscire di casa per niente, censurare il proprio comportamento in modo autonomo o essere emarginata. Lui, per fare contento me, non sarebbe dovuto uscire di casa. Non me ne ero mai reso conto, ma era così: a voler fare qualcosa di davvero gradito lui sarebbe dovuto semplicemente sparire e lasciarmi prendere il mio caffè in santa pace.

Accidenti, aveva ragione lui, ma non me l’ero mai detto così chiaramente, chissà perché. Avevo sempre ritenuto che fosse ingiusto, pensavo che fosse superficiale focalizzare questi dettagli per avere un’opinione su una persona: il naso, la voce, l’altezza, il vestire. Invece no! Era proprio vero, ci si doveva sforzare per stargli davanti e non lasciarsi trasportare dall’ostilità generata dal suo aspetto. Ero così abituato a farlo, a sopportare gli altri, che pensavo fosse inevitabile e quasi non costasse sforzo, invece sì, si fa sforzo, ma lo si considera come dovuto, dato per scontato, un qualcosa da farsi senza discutere.

Se uno invece si questiona, si chiede e vuole essere sincero, smettendola una buona volta di fare il buonetto della situazione a tutti i costi e mettendosi su un piedistallo, quello che davvero sente dinanzi a una persona brutta, la risposta è: ostilità! L’elaborazione e considerazione di certi dati primari e primitivi è preminente allo sforzo di voler fare il profondo, il civile, il non superficiale.

Mi aveva dato una bella lezione il tipo, aveva proprio ragione lui, ma non lo apprezzai, non sentivo riconoscenza. Mi chiesi cosa sentissi e perché non provassi la dovuta gratitudine, pur dopo aver ammesso che era stato utile, didattico. Non capii, ma sentivo solo che lo detestavo anche peggio di prima ora, in primo luogo per il suo aspetto, poi anche per come aveva espresso il suo punto di vista. Sì, poteva pure avere ragione, ma questo non lo liberava a sua volta dall’essere travolto dall’inappellabile ostilità primordiale del giudizio estetico, alla quale lui si richiamava senza avere chiari i principi e i contorni astratti, e questo era quello che contava. Indugiai sull’argomento ancora qualche secondo mentre mi avvicinavo al bancone, meditabondo.

A dire il vero dovetti riconoscere a me stesso che la mia ostilità era germogliata originariamente proprio a causa delle sue argomentazioni e solo successivamente si era estesa al suo aspetto esteriore, ma ora non ci si poteva fare più nulla. Iniziai a guardarlo, pensando che fosse curioso che non lo avessi mai notato prima, ma sì, mi pareva proprio un botolo ringhioso.

Accidenti non aveva nulla che mi piacesse. Pensai, che appena rimuoviamo per un secondo quegli automatismi a cui siamo abituati, che vanno avanti da soli, che diamo per scontati, la rappresentazione delle cose cambia radicalmente. Decisi, ma lo decisi con un vero sforzo della volontà, di limitarmi a pensare, di non agire affatto: né dire, né fare. Dedicarmi solo alla speculazione, ma gli avrei mollato un ceffone sul grugno, con una soddisfazione! Lo avrei intronato. Mica sono un tossico! Mi sarebbe piaciuto vedere la reazione allora.

Di sicuro si sarebbe sorpreso, anche spaventato, forse non avrebbe reagito, ma avrei preferito che lo facesse, che si finisse per ingaggiare una zuffa da Saloon. Ero disposto anche al peggio. Se si fosse potuto fare qualunque cosa, senza attenere a nulla, limiti, responsabilità, seguendo solo il proprio istinto, senza badare a conseguenze, giudizi: l’avrei preso per i vestiti e fatto cadere a terra, poi spinto sul travertino della piazza costellato delle macchie nere delle gomme da masticare.

Gli avrei insegnato a non uscire di casa, accidenti a lui e a non turbare più il mio piacevole momento di degustazione col suo aspetto da lattina d’olio di semi, quel suo argomentare sciatto, d’accordo, corretto, saggio, condivisibile, sincero, ma sciatto, irritante, borioso. Poteva anche avere ragione, ma era un supponente, con una estetica che io non avevo ragione di dover tollerare. Era un esemplare esponente di quella senilità odierna, che invece di riposare nella naturale e bonaria tenerezza che il passo del tempo conferisce all’essere umano, si arrovella per continuare una competizione dai tratti atletici che inevitabilmente scade nel sordido.

Sembrano quei salmoni calvi che risalgono il fiume ‘sti anziani di oggi, tutti arrapati, rossi, gonfi. E io? Quando uno dice: uno è buono, un altro cattivo… Si fa presto! Io sì che ero violento, cattivo, accidenti! Lui alla poveretta, che aveva selezionato, non voleva dare un lavoro, era anche nelle sue facoltà mettere chi gli pareva nel suo Caffè, la avrebbe sbeffeggiata davanti a sconosciuti, umiliata e questo era già irritante, d’accordo, ma io a lui lo avrei aggredito fisicamente e non solo per quanto mi contrariava il suo argomentare, ma anche in base alle sue stesse ragioni. Applicando il suo criterio a lui stesso. Ero turbato. Non mi piaceva essere così.

Non c’era da preoccuparsi forse, bastava non farlo, visto che appena venutami in mente quell’idea già non mi garbava affatto e l’avevo accantonata, mentre con piglio pensoso mescolavo inutilmente un lunghissimo espresso amaro, ma non era solo questo il punto, perché il fatto che mi fosse venuta in mente mi bastava a scuotermi, anche se nessuno lo avrebbe mai saputo, neppure lui. Ero sorpreso e inquieto, per me stesso. Magari questo tipo non era affatto un violento, io invece sì.

Nessuno lì sarebbe stato in grado di capire cosa stessi pensando, anzi, forse li ingannavo tutti, magari il mio gelido accoglimento e la scarsa partecipazione al racconto erano pure univocamente interpretati come segnali di un disagio mio dovuto a chissà quale sensibilità o solidarietà con la poveraccia che aveva dileggiato, cosa che, sì, c’era pure, ma era marginale a questo punto. La solidarietà non era che una parte di quello che sentivo, li avevo fregati tutti, senza volerlo, perché nessuno avrebbe immaginato che il mio encefalo era popolato da ceffoni da distribuirsi su quel barile di sego.

O chissà, forse pure tutti gli altri pensano le stesse cose mie di tanto in tanto, magari pure di me, per il mio aspetto. Da lì in avanti avrei dovuto avere paura anche io, di non piacere a tal punto da esser confinato in casa a vita, per la mia apparenza, per come parlo. Mi guardai intorno, tutti mi parevano minacciosi, chissà che pensavano questi finti innocui, questi falsi sorridenti. Si dovrebbe avere paura di tutti forse, se pure io, che mi consideravo un mite, ero scivolato nell’aggressività.

Fino a quel giorno, mi ero sempre premurato di non essere un superficiale, di non considerare le persone solo in virtù dell’impatto spesso esteticamente così poco gradevole che avevano su di me, mi dicevo sempre che avrei dovuto trascendere, considerare anche altro, chissà quali e quante specifiche ragioni alla base di altrettanti atteggiamenti odiosi… Ora nel mio nuovo mondo, così semplificato in bello-brutto o gradevole-sgradevole, nello scenario apertomi da questo mentore casuale e detestabile, mi ci sentivo a disagio.

Questione di abituarsi, forse. Iniziai a sorseggiare il caffè, mi attraversò un brivido di tranquillizzante familiarità. E se il proprietario del posto fosse stato bello? Se invece di essere una scimmia pelata, lui fosse stato di gradevole aspetto, magari anche affascinante nel parlare, con una esposizione impeccabile esteticamente ineccepibile, di pregevole finitura frastica e di mio completo gusto, non sarebbero bastate le empietà sputate, tra risatelle e complicità altrui, su una persona in condizioni di inferiorità, a svegliare la mia aggressività? A essere sincero mi risposi di sì! Non si sa a priori quanto fascino e forza di suggestione possa arrivare ad avere la bellezza, ma sentivo di dirmi che il mio atteggiamento di ostilità non sarebbe cambiato comunque.

Questo mi tranquillizzò! Respirai sollevato: era il concetto espresso il motore preminente della mia rabbia, allora. Ciò voleva dire che non era stato solo, né principalmente, l’aspetto fisico ad avermi tanto stimolato alla crudeltà. Anzi forse se fosse stato uno pure di bell’aspetto a dire scemenze del genere lo avrei detestato con ancor più forza e motivi.

Non era vero, dunque, che per anni avevo avuto torto e che mi ero clamorosamente sbagliato; non è vero che le percezioni primarie sono quelle che devono prevalere nell’accettare o rifiutare una persona e che tutto va semplificato. Mi si rafforzò anzi il concetto originario mio: che tanta odierna ipertrofia dell’apparire e di poveri canoni estetici piuttosto triviali, non è che l’effetto del momento di regresso mentale e culturale in cui si versa in epoche di crisi e decadenza.

Poi magari il sole, la giornata torrida, una specie di breve allucinazione durata fino all’arrivo della mia dose quotidiana di caffeina, avevo pensato che anche quella specie di scimmione potesse avere ragione. Finii di sorseggiare l’espresso, francamente mi ci voleva, dicono che eccita, ma a me no, e lo fanno pure niente male in quel posto. Diedi un’occhiata al salone con le sue belle decorazioni stile art nouveau. Alla fine una persona nella sua complessità ricorda un po’ la parola “caffè” che comprende e unisce tante cose insieme.

Se ti metti a cercare per saperle o capirle tutte ti puoi anche perdere, a molte di esse si dà un’importanza spropositata, alcuni aspetti oggi magari sono ipertrofici, vengono ingigantiti e li teniamo costantemente sotto controllo, eppure quello che conta davvero e che dà il nome e il valore a tutto il resto: luoghi più o meno lussuosi, scambi commerciali, semine e raccolti, lavori e professioni, è il contenuto di poche gocce di liquido dentro una tazzina minuscola.

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