Una Considerazione Personale su Certi Aspetti della Vita

Credo essere ormai giunto al punto di poter esprimere la mia opinione su qualcosa che occupa la mia mente da parecchi anni e mi è costato parecchio arrivare a realizzare.

La nostra educazione, in genere, ci fa crescere con un odioso pregiudizio che è già estremamente difficile da rintracciare e quindi (anche peggio) da rimuovere, ed è quello per cui il mondo (la vita) ci “dovrebbe qualcosa” che di solito (e quasi per definizione) non ci arriva e che sentiamo di meritare.
Pensiamo innanzitutto che se quella “tal cosa” che non è arrivata (e pensiamo che sarebbe dovuta arrivare) si fosse data (come se ne sono date tante altre a cui non diamo peso) ce ne sarebbe sempre un’altra a prenderne il posto, e che quindi l’oggetto specifico non è l’oggetto vero, ma solo la manifestazione di un meccanismo interno errato.
La verità è che questo atteggiamento è solo la prosecuzione di infanzie piuttosto felici, iperprotette, in conseguenza delle quali si “sfonda” il semplice e sano nesso tra sforzo-ricavo, e si immaginano meriti per cause che non possono darli, quali “buone intenzioni”, “sentimenti”, “purezza di cuore”, nei migliori dei casi, oppure direttamente “capriccio”, o una ipertrofica percezione di sé stessi, abituati ad essere il centro della vita di qualcuno (i genitori, di solito) sentirsi speciali.
A mio avviso questo culto della individualità (questo specifico, e non ogni culto dell’individualità) è deleterio, crea orde di frignoni scontenti e deboli, nervosi e amareggiati e specie non in grado di lottare, ma solo capaci di accampare pretese e nella più “attiva” delle circostanze di nascondersi, in pratica disertare la vera lotta della vita, creando personaggi stereotipati e radicati in una continua attuazione teatrale, insincera e sinistra.
Dico questo perché io sono senz’altro stato così ed ho tardato parecchio prima di capire che il mio punto di vista su molte mie vicende biografiche non era che la trasposizione in migliori parole delle rabbiette infantili. C’è lo stesso contenuto! Oggi come oggi, cerco di prendermi tutte le responsabilità per quello che mi accade, convinto, ma davvero convinto, non solo che all’universo non gliene importi (e che non debba esserci alcuna ragione per cui dovrebbe importargli) di me, ma pure di non essere affatto speciale e di certo non soggetto a speciali “diritti”, trattamenti, attenzioni, o preposto, quasi per unzione divina, al raggiungimento di obbiettivi, o di riconoscimenti.
L’assunzione di questa verità, va pure detto, non è affatto dura come potrebbe apparire dal suo contenuto radicale, e non azzera (e nemmeno sminuisce) l’io, o l’ego; anzi, rimuovere il velo della menzogna conferisce un sottile piacere, si sente una maggiore libertà, svaniscono ansie, nervosismi, ripicche, recriminazioni, e ci sente come dopo essersi tolti un grosso peso ed aver potuto tirare un profondo respiro. Si è pure più allegri, felici, spensierati.
Anche dal punto di vista produttivo realizzare di essere “nulla” (o il più vicino al nulla possibile) rende. Ci si riesce a dedicare con tutte le energie a un obbiettivo che prima era piuttosto un “pretesto”, perseguito tra tutte le distrazioni delle aspettative frustrate, le quali generano grandi dispersioni di energie.
Diventa possibile focalizzare bene ogni oggetto, dedicarsi solo a quello, e farlo non per “dimostrare qualcosa”, o, che è anche peggio, per “prendersi una rivincita” su torti inesistenti. Finalmente si fa qualcosa, qualunque cosa, solo perché si vuole davvero farla, come scopo e non come mezzo per risultati ulteriori che non possono arrivare mai, perché si basano su premesse del tutto errate, si incanalano in un vortice infinito di ulteriori fini, e che vorremmo usare come leva per ottenere una accettazione generalizzata che, oltre a non bastare mai, ricorda quella degli infanti che vogliono stupire la mamma.

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