Una osservazione sul caso di Ferguson, Wilson-Brown

Ogni discorso molto generale pare a prima vista sensato, ma poi bisogna vedere.

È vero che ogni paese ha i suoi impuniti, le sue ingiustizie mai risarcite, il suo grado di violenza e di corruzione, etc.

Non mi pare né semplicistico né banale affermare che se l’essere umano è uno e sempre e solo uno (una specie) i suoi comportamenti tipici affioreranno ovunque nella sua storia.

Ma!

È pure vero che tra certi modi e certi altri modi di organizzare una società ce ne corre e che seppure possiamo ricondurre tantissimi diversi casi al concetto generale di “impunità”, si deve stare attenti a ritenere l’impunità di un narco messicano paragonabile a quella di un banchiere di New York, o che la protezione di cui gode un sacerdote pederasta (ora più comunemente detto “pedofilo”), da parte della sua organizzazione, sia identica al cameratismo militare, etc. tanto per fare qualche esempio.

Detto questo ci tengo a precisare un paio di aspetti riguardo alle differenze tra i vari casi di giovani morti in Italia, mentre custoditi dalle forze dell’ordine e il caso che infiamma gli Usa ora: l’ennesimo ragazzo di colore, Brown, ucciso da un poliziotto, Wilson ad agosto a Ferguson nel Missouri.

Non voglio tanto soffermarmi sulle differenze tra le varie storie italo-statunitensi, e la più importante di esse è che in Italia quei ragazzi (Cucchi, Aldrovandi) erano stati presi in consegna da vari appartenenti alle forze dell’ordine e quindi potevano essere resi completamente innocui (senza essere ammazzati) e sono stati restituiti dalle stesse inspiegabilmente privi di vita, mentre i fatti di Ferguson sono avvenuti in altro modo; nel caso Cucchi, chissà che deve essere successo nelle segrete stanze del lavoro, viene da pesare.

Piuttosto vorrei sottolineare una importante differenza nei sistemi giudiziari.

In Italia per tutto, sempre, assolutamente sempre, come anche da tg sottolineato in molti casi: “si apre un fascicolo”. Come sappiamo anche per il mimino insulto in tv scatta la denuncia. Si inizia un processo! Il carico di lavoro dei tribunali italiani è, come da statistiche, impressionante: oltre venticinquemila nuovi procedimenti all’anno, etc. Si sa che dal punto di vista giudiziario l’Italia è uno dei paesi col sistema più inflazionato e inefficiente.

Si fa un processo, che magari dura anni, e si approda necessariamente a una condanna o a una assoluzione. L’assoluzione può arrivare quando sia, in primo, secondo grado o Cassazione, sempre di assoluzione si tratta. E vale a dire che la persona processata NON è colpevole del reato che gli era stato attribuito.

Iniziare un processo e metterci anni per capire che l’imputato non è il responsabile è una sorta di idiozia. È una perdita immane di tempo, soldi, è una sconfitta anche per la giustizia (concetto), dato che si è tenuta una persona in una situazione drammatica per poi dover giungere alla conclusione che s’è fatto un errore ed è innocente.

Implicitamente s’è fatto un errore perché il processo inizia verso un tizio, mica a caso! Cioè: la presunzione di innocenza impone che l’indagato, poi imputato, sia trattato come se fosse innocente, fino a che non arriva la condanna (poi no, poi è colpevole), ma è lui, e non un altro, quello che viene prima indagato e poi imputato e ciò avviene per delle ragioni precise.

Il filtro tra indagine e poi svolgimento del processo dovrebbe garantire che non si processerà un innocente, e quindi che non si arriverà ad una assoluzione. Perché il sistema giudiziario è lì per condannare i colpevoli e non per assolverli.

È per questo che dico che ogni volta che un processo arriva a una assoluzione un certo errore implicito c’è. Ovviamente sempre considerando (ribadirlo non nuoce) il fatto che il processo serve proprio ad essere sicuri (al massimo grado umano) che non si stia condannando un innocente, e quindi non solo va fatto, ma se deve approdare a una assoluzione, ammettere di “aver errato” (indirizzato male gli sforzi fino a quel punto) è sempre preferibile alla condanna di un innocente. Massimo dei mali.

In Usa il filtro su cosa mandare in Corte e cosa no è parecchio più forte. Questa, secondo me, è la differenza più rilevante. E seppure su tanti punti di vista (per esempio estesissima popolazione carceraria) gli Usa non sono certo da prendersi ad esempio, che gli italiani, col sistema inefficiente che hanno, si sentano di criticare, fa ridere.

Negli Usa si manda a processo solo quello che verosimilmente, anche e specie per ragioni di opportunità e meramente pratiche, probatorie, si pensa che non arriverà a una necessaria assoluzione. Cioè si inizia un processo solo se c’è possibilità concreta di condanna (da quello che so). Se per la ragione che sia, anche nei confronti di un fortissimo sospettato, si considera che le prove a disposizione non siano sufficienti a superare un “ragionevole dubbio” e condurre alla “forte probabilità”, non si inizia per nulla la trafila processuale.

Ma questo non significa che il soggetto sia innocente! Impunito lo rimane, certo, ma perché non ci sono i presupposti per poterlo punire secondo quella legge che garantisce tutti, non solo lui. Altrimenti, se siamo convinti che basti “l’impressione” per sapere chi è il responsabile di un atto e chi no, potremmo anche tornare ad impiccare la gente sommariamente, ma non è mai stata una buona idea.

E questo è implicitamente quello che pare chiedere chi insiste sulla condanna di uno o un altro, senza fidarsi di procure e professionisti, ma pigliando posizione solo a seconda della categoria a cui appartiene il soggetto implicato e per “convinzioni personali”.

Nella categoria ci rientrano tutti, ovviamente, sia coloro che quando vedono un poliziotto non possono nemmeno contemplare l’idea che egli stia dicendo la verità ed abbia agito come meglio poteva, ma sono già sicuri che sia colpevole, sia coloro che una persona di colore non la vogliono nemmeno ascoltare, sia quelli che se vedono un immigrato sono convinti che la violenza l’abbia realizzata lui (v. caso Yara), o vorrebbero i ricchi condannati perché ricchi, i poveri condannati perché poveri, i fascisti condannati perché fascisti, i “tossici” perché “tossici”… e via discorrendo.

Tutto questo non è che un peggioramento dell’attuale e già imperfetto sistema giudiziario.

I sistemi giudiziari sono tutti imperfetti come tutti i paesi hanno il loro grado di corruzione, di violenza, assurdità, arbitri, etc.

Ma ci sono differenze e gradi di imperfezione, perché non tutti i paesi sono uguali, le differenze ci sono (la Colombia non è la Svezia). Tanto che la stessa legge implementata in due posti diversi darà luce a decisioni e comportamenti del tutto diversi (in Italia non basterebbe importare il sistema “americano” per avere “l’America”).

La decisione di non processare il poliziotto di Ferguson, non è una decisione sulla sua colpevolezza. Dice solo che, allo stato attuale dei fatti e delle prove a disposizione, (così come stanno le cose) si sa che in caso di processo egli non sarebbe condannato. Si evita solo di spendere tempo, risorse, soldi, impegno umano, per arrivare a un nulla di fatto.

Certo se uno non è processato è innocente! Si dirà. In parte sì. Ma in effetti …non si sa. Uno è ancora più innocente se si fa un processo e poi viene assolto, come avviene ed è avvenuto in Italia (e infatti mi pare di aver capito che i poliziotti del caso Cucchi ora denunceranno la sorella di lui; non avrà mai fine quella penosa storia).

Ma a quel punto come da premessa, si è indirizzata verso una persona una serie di sforzi e impiego di soldi (tanti), che alla fine appaiono del tutto sprecati. Senza contare la sofferenza che un processo implica per il processato (specie se finisce in carcere preventivo) per poi nel 38% circa dei casi essere prosciolto e quindi ufficialmente dichiarato innocente.

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