Una Parafrasi di Argomenti di Jaron Lanier sull’Intelligenza Artificiale (AI)

Una visione non religiosa dell’AI
In parecchi video reperibili su YouTube, Jaron Lanier, uno dei padri di quella che oggi si chiama realtà virtuale, e un filosofo della scienza della tecnologia di una profondità dalla quale sono stato impressionato, espone parecchie idee molto interessanti sui social media e sull’Intelligenza Artificiale (AI).

Il primo tema è forse il più attuale e lui rende manifesta, spiega bene e con grande abilità, la gran truffa che soggiace all’architettura dei social, chiedendo provocatoriamente di cancellare i propri account di Facebook, Instagram, Twitter, Snapchat, Tinder, etc. Io feci per davvero il passo già un paio di anni fa, dopo averne osservato, come potevo, il funzionamento, aver intuito che qualcosa non tornava, e non volendo più prendere parte alla truffa.
Ho già parlato del tema, ma trattandolo come sempre “a lume di naso”, fino a dove poteva arrivare la mia immaginazione e deduzione, e col supporto di altri utenti inquieti e attivi come Verituasium.
Lanier espone ben altro, con ben altra profondità e impatto, competenza, forse ne parleremo, il contenuto merita di essere conosciuto, divulgarlo fa solo bene alla società, quindi, tra tanti, suggerisco: Jaron Lanier interview on how social media ruins your life.

Ma il secondo tema (AI) è per me ancora più interessante e almeno un paio di riflessioni meritano di essere riportate.

Lanier afferma che quella dell’Intelligenza Artificiale è una “nuova religione” che viene proposta surrettiziamente da un manipolo di nerd miliardari, ma che si basa su una fondamentale menzogna. Forse come tutte le religioni.
L’AI non è quello che si dice essere, non è la nascita di una nuova “forma di vita autocosciente”, si tratta ancora e solo di un ennesimo strumento da usare in modo sensato, come tutti i precedenti, e a beneficio dell’umanità, mai contro di essa. Non mi sento di giudicare. Le affermazioni del filosofo, le sue prove paiono convincenti, ma gli si risponde che l’AI risolverà comunque tutti i problemi attuali della società umana, e che questo è quello che conta, sia che si viva di lavoro proprio sia che si viva di elemosine statali come il reddito di cittadinanza.

Il punto cruciale di una nuova filosofia e interpretazione della realtà, che appunto diviene la teologia a tutti gli effetti di una nuova religione, è che le macchine sono o saranno presto una nuova “forma di vita” da includere nel “circolo dell’empatia” in cui fino as ora era da includere esclsivamente gli esseri umani, per definizione e senza eccezione. Scegliere diversamente conduce a incompetenza.
L’impostazione corrente in tema di AI è fatta rimontare a un’interpretazione erronea, o per lo meno assai parziale, pregiudizievole e frutto del pregiudizio, del concetto del test di Turing -altra storia affascinante di cui parlare in futuro-, ma ha l’effetto paradossale e ultimo di escludere dal medesimo circolo proprio gli esseri umani.
Insomma, per dirla in termini che Lanier non usa, ma che non penso siano incorretti e sono magari più familiari, le macchine non sono più uno strumento, ma diventano un fine in sé, non sono più costruite per servire l’uomo, gli sono non solo pari, ma lo hanno persino reso obsoleto e lo hanno superato. Peggio per l’uomo!

Io sono parzialmente “caduto in questa trappola” e, come tanti, non ho solo immaginato che il futuro ultimo non appartiene più all’essere umano -appartenendo invece a queste sue creature che devono necessariamente prendere il testimone evolutivo e andare avanti da sole- ma che ciò sia inevitabile e forse prossimo.
Il “sacrificio”, volontario, immolandosi (che pure ha qualcosa di fortemente religioso in Occidente) o resistendo senza speranze, è l’unica via, come ripetuto in film, letteratura, cartoni: Matrix, Terminator, Ghost in the Shell, Neuromancer, The Machine Stops, 2001, forse pure Gattaca, etc. e in quasi ogni altra distopia del genere.

Questa idea non solo non è originale e creativa, ma è anzi proprio il prodotto di questa nuova segretamente accettata weltanschauung, che sottende in modo flebile, surrettizio, perverso, ma pervasivo e ferreo, ai nostri tempi.
Nel quotidiano, fuori dal cinema, non è quasi mai veramente resa esplicita o assunta come visione seria e fondante della realtà, ma è così forte e presente che, persino chi non è dell’ambiente e non ama particolarmente la fantascienza, la ha percepita chiaramente.
Per usare di nuovo il tedesco, diremmo che questo è lo zeitgeist del momento, come spesso avviene, costellato e inteso solo in modo ellittico e intuitivo, ma lì davanti a tutti, come la famosa foresta nascosta dagli alberi.

L’esempio che Lanier propone spesso per illustrare la fallacia dell’impostazione fatalista di aver accettato, o essersi piuttosto rasseganti, ad essere obsoleti e sostituibili da macchine asseritamente “senzienti”, ma che non lo sono e non sono nemmeno vicine a diventare tali, è quella di come funziona un traduttore automatico online, come quelli di Google o di Microsoft.

Fino ad ora, nelle rivoluzioni industriali, la tecnologia ha reso obsolete certe attività, ha fatto perdere posti di lavoro e ha quindi in un certo modo creato problemi e povertà, ma ha creato anche maggiori benefici, altri, più numerosi e convenienti posti di lavoro, maggiore comodità e efficacia, abbondanza, e seppure nel caso per caso si può essere stati pregiudicati dallo sviluppo, la visione di insieme è di certo quella di un miglioramento.
Servono meno allevatori di cavalli, ma servono ancora più costruttori di automobili, e non solo se hai perso il lavoro da maniscalco, ma pure se sei stato investito da un’auto, non puoi generalizzare la tua esperienza negativa applicandola all’intero processo di sviluppo tecnologico. Questo lo sanno tutti.

Il problema è che ripetere pedissequamente questa struttura applicandola a quello che succede oggi in ambito di intelligenza artificiale è tanto facile e apparentemente pertinente, quanto errato. Ci sono caduto, francamente, e sono felice di aver potuto avere un’interpretazione alternativa e migliore. Qui di seguito il resto della storia esemplificativa.

Quello di realizzare traduttori automatici, computer e software che riescano a tradurre da tutte le lingue in tutte le lingue senza passare per un cervello umano che interpreti il significato, è stato uno dei primi obbiettivi dell’informatica.
Pareva uno degli obbiettivi più facili da ottenere, fu assegnato come progetto estivo a due studenti, e ingenuamente si pensò a principio (tutto questo lo spiega Lanier per esempio in: Who is Civilization for?) che fosse sufficiente usare i principi di linguistica di Chomsky e darli in pasto, assieme a dei dizionari, a una macchina con un software, per ottenere un risultato soddisfacente. Purtroppo tutti i tentativi fallirono ripetutamente per almeno un decennio.
Il successo arrivò con un’impostazione differente. Si utilizzarono “big data”, vale a dire una massa enorme di traduzioni già realizzate, da cui un algoritmo può estrapolare la traduzione verosimilmente più azzeccata del pezzo in esame, e finalmente il sistema iniziò a fornire testi utilizzabili.

Chiunque abbia usato un traduttore online sa che oggi può ottenere un responso piuttosto buono, e se ha esperienza e un minimo di intelligenza, anche senza conoscere la lingua, può arrivare a una traduzione più che decente e utilizzabile in ambiente lavorativo. Questo ha ridotto a un decimo il lavoro per traduttori professionisti, dato che la gran parte di esso era data da carte legali, o burocratiche e di impresa che è facile tradurre gratis. Ma non è successo lo stesso che in precedenti sviluppi tecnologici.

Chi usa molto i traduttori online avrà notato anche altro, cioè che essi cercano aiuto da esperti per migliorare la traduzione, cioè cercano contributo umano.

Il linguaggio cambia velocemente e per una macchina sarebbe impossibile stare al passo. La maniera in cui ci riesce è usando tutte le traduzioni realizzate quotidianamente da tutti gli utenti di tante piattaforme. È vero che si dà il consenso per l’uso di questi -ed altri- dati, ma il problema a monte rimane e può essere messo così: da un lato si racconta al genere umano la favola disperante per la quale egli non è più utile, è obsoleto, sarà sostituito, non produce nulla di economicamente rilevante e le macchine faranno tutto; dall’altro si usa il suo lavoro, non remunerandolo, perché imprescindibile per il successo della nuova preziosa e definitiva creazione che dovrebbe sostituirlo, l’AI.

Messa così, la situazione diviene non solo paradossale, ma piuttosto spiacevole, sleale, truffaldina.  Se quello che l’essere umano fa non ha valore, non si usi; se lo ha, lo si paghi; se deve essere gratis, nessuno si arricchisca con esso.

Il problema fondamentale che ha creato la spiacevole situazione è da Jaron Lanier, che era lì dove si decideva cosa fare, all’epoca, attribuita alla volontà, all’inizio dello sviluppo tecnologico informatico, di conciliare due opposte visioni del mondo: da un lato una visione “hippie e socialista” in cui tutto fosse libero, condiviso, gratuito, garantito, accessibile; dall’altro quella capitalista in cui si adora il successo economico, l’impresa, la ricchezza, l’individualismo, persino l’egotismo o il superomismo.
Forse si trattava pure di una visione diffidente dello Stato, dove si percepisce forte la necessità di nascondersi da esso. Lanier racconta che alcuni dei fondatori di Silicon Valley erano stati constretti a partecipare alla guerra del Vietnam o la avevano disertata fuggendo in Canada. Ad ogni modo i primi scienziati e innovatori erano finanziati dal settore pubblico e oggi cercano di sostituire lo Stato come centro di potere. Ma questa è un’altra storia, del pari interessante.

Alcune possibili conseguenze in società
Personalmente sono sempre stato un nichilista, un nichilista benintenzionato e cooperativo, ma non certo “innamorato della specie umana”. Ad esempio, non ho discendenza, non credendo nell’esistenza come un bene, ma provo a migliorare come posso la mia e quella di chiunque altro possa aiutare. Ammetto però candidamente che se l’umanità sparisse oggi stesso, l’evento mi lascerebbe indifferente e di certo non lo considererei una gran perdita, i rischi dell’AI mi lasciano tiepido. Lanier non la pensa uguale. 

Mi rendo conto però che la mia posizione è estrema. Paradossalmente la si raggiunge in modo sincero, e non solo stupidamente provocatorio o narcisistico, solo dopo anni di “yoga”, “meditazione zen”, “ricerca dell’atarassia”, insomma tutte quelle pratiche che considero ridicole e su cui non indugio, ma che al redde rationem promettono qualcosa di analogo.
Il punto è che si tratta, o dovrebbe trattarsi, di una posizione minoritaria, ma oggi solo apparentemente lo è: il nichilismo impera! Un nichilismo sciatto, volgare.

La filosofia che sottende all’AI, infatti, ha un prezzo che ormai si manifesta in società, dove sono palpabili la rassegnazione e lo scoramento delle nuove generazioni, la stupidità confusa e il disorientamento pomposo e paternalistico delle vecchie.
Pure paradossale è che sia meno rassegnato chi come me arriva al nichilismo da un lungo percorso personale, invece di chi è costretto a raccattarlo per forza, spesso inconsapevolmente, controvoglia e solo perché inevitabile, e assumerlo come un implicito e inconfessato parassita dell’anima.

Lanier, quasi sessantenne, riporta di aver ascoltato adolescenti chiedere perché mai, se l’umanità è obsoleta, come pare che sia evidente, essi sono stati messi al mondo. Aggiunge che questa domanda non la aveva mai affrontata prima. I teenager del passato avevano criticato le generazioni precedenti in vari e pittoreschi termini, ma non in questi.
E come spesso avviene con i giovani, trapela una azzeccata e disarmante, sincera e pura percezione della realtà. Le persone si sentono tradite da chi li ha creati quando ormai pare manifesto che non serva e non ci siano prospettive; sentono di essere, nella migliore delle ipotesi, degli errori, delle sviste, frutti dell’inerzia.

Jaron Lanier, che pare proprio una persona positiva, oltre che buona e dalle eccellenti motivazioni, si rammarica e protesta contro l’accettazione di questa menzogna e le sue conseguenze nefaste, condanna senza mezzi termini chi la propaga.
E fa solo bene, perché messa come è messa, non è altro che questo: una menzogna ordita da un gruppo di privilegiati, non necessariamente, anzi probabilmente non, malintenzionati, che però persegue uno scopo preciso, “religioso”, forse “romantico”, e sempre economico, definito da quel delirio peculiare e intriso di cinismo volgare che discende da una assai benigna e megalomane valutazione del proprio successo fortunoso. Chiunque vince, prevale, si arricchisce, è convinto di essere “unto del Signore”, in qualche modo.

Che l’ossessione di considerare l’AI una forma di vita sia davvero, come interpreta Lanier in termini quasi freudiani (quanto tempo che non usavo questa parola un tempo così ricorrente!) una specie di “invidia uterina” di maschi tesi a voler dar vita come solo le donne sanno e possono fare, prescindendo di loro, non saprei dirlo, l’idea mi ha comunque fatto sorridere e vale la pena di essere riportata.

Dal canto mio, sul lavoro ho osservato lo stesso: giovani rassegnati, abili, capaci, intelligenti, in qualche modo già più maturi e strutturati dei loro carenti e insicuri genitori e dei loro nonni imbecilli (e questo non è né normale, né un miglioramento), riflettere sull’inutilità e sulla mancanza di prospettive che il futuro offre. Si tratta di un sentimento meno spaventato di quello dell’oloccausto nucleare, me più pervesivo. 
Gira una generale idea di essere gli ultimi di una specie ormai inutile, di essere troppi e tutti indesiderati, di aver bisogno di una sola pallottola nella pistola, in attesa non certo per combattere per o contro qualcosa. Il fatto è che non è così, e il peggio è che debba esserne consapevole un nichilista vero, invece di tanti falsi “entusiasti della vita”.

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