Una rettifica sul “sì” e il “no”.

Dire di “sì” o di “no” in una scelta, se smettiamo di applicare criteri morali invero piuttosto obsoleti e privi di fondamento, dipende solo dalla massimizzazione di un beneficio determinato che la persona vorrebbe, o potrebbe raggiungere.

Da un punto di vista rigoroso è del tutto indifferente dire “sì” o “no” in termini di valore, per quanto ciascuna delle due risposte abbia uno spirito diverso e comunemente si dica “il sì apre porte il no le chiude”.

Ma per intendere correttamente la frase anteriore essa non va interpretata in termini letterali (o logici, o matematici), ma semmai “letterari” dato che una domanda può ben essere posta in modo tale che avvenga il contrario (il no apra, il sì chiuda). Intendere le cose in modo categorico porterebbe a divertenti plot per commedie.

Posso dire di no a una ennesima birra perché non voglio ingrassare, o non mi piace la persona che me la offre e non ci voglio bere assieme, e per mille altre ragioni. Ovviamente posso voler dire no al sesso, o a qualunque altra attività in teoria piacevole per massimizzare un beneficio diverso o futuro. Non è questo il discorso. Se dico “sì” o “no” sono fattacci miei e dico quello che mi pare senza che debba venire qualcuno a usare il senso di colpa per condizionarmi di nuovo!

Anche dal punto di vista del vitalismo e della forza di carattere, posso impormi proprio dicendo “no” a qualcosa, e non il contrario, laddove magari il “sì” diviene pedissequo e timido seguire un gregge, una situazione alla quale non ci si riesce a opporre anche se si vorrebbe. Ma neppure questo è il discorso. E comunque sia, se dico “sì” o “no” sono fattacci miei e dico quello che mi pare senza che debba venire qualcuno a usare il senso di colpa per condizionarmi di nuovo!

Quello che rileva è che una determinata cultura, e segnatamente e in modo risaputo: della colpa, della timidezza, dell’avversità al piacere e alla vita (non occorre neppure ricordare eccessi e deliri quali la mortificazione della carne e del corpo e scemenze varie), condiziona la persona in modo tale che egli istintivamente e fuori da un circuito di autentica selezione del beneficio (penso, ci rifletto su e so cosa voglio!) si opponga a una scelta intraprendete, e specie piacevole, cadendo automaticamente nella timidezza e la chiusura. Per prima cosa: dì no!

Si sarebbe potuto educare (ed è quello che propongo) la gente esattamente al contrario: quando non sai che fare, se non hai e non riesci a individuare una buona ragione per non fare qualcosa, falla! Certo che detta così pare che non sia riuscito a finire nel letto di nessuna da qualche settimana, ma il discorso è a prescindere.

D’altra parte perché sarebbe meglio avere un rapporto sessuale in meno che uno in più se la persona che lo propone non dà particolari ragioni per rifiutare? E il sesso non è che una piccola parte della vita, ma sia come sia è specie lì che si punta nell’educazione, come è proprio lì che sto incidendo io per trovare nel lettore argomenti che gli facciano dubitare del discorso riabilitando il fatto che ho ragione di sospettare della mia cultura.

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