Una Riflessione su “Vero” e “Reale” (da una conversazione in chat)

La nostra concezione del “vero-verità”, oggi, è del tutto affine a quella di “realtà-reale” e con ciò di “esistente”: è vero ciò che si dà nel reale, è successo, si è materialmente verificato, o è riproducibile, osservabile, etc.
Questo è un punto di vista non solo logico e razionale, ma anche assai scientifico, che va molto in accordo con i principi ed i metodi sperimentali.

Oggi ciò è piuttosto indiscutibile, e “unico vero” spirito dell’epoca, valido sempre e a meno che non si voglia scendere nel filosofico, per noi del tutto convincente. Storicamente, però, non è sempre stato valido.
Per un uomo del Medioevo occidentale, per esempio, erano convincenti altri approcci, meno funzionali, e che infatti sono stati smantellati, specie proprio grazie alla scienza e ai suoi enormi successi.

Nel Medioevo (sempre che abbia capito bene) “reale” e “vero” non collimavano come oggi, anzi, il reale poteva essere visto come “una delle tante” manifestazioni di ciò che è vero, il quale può, per sua prerogativa, diremmo, direttamente emanata dalla divinità, prendere anche altre forme.
Ciò che contiene la verità, sia reale, cioè effettivamente verificatosi, o meno, è vero e basta! Una storia inventata potrebbe contenere “più verità” di un fatto accreditato, ed andrebbe presa in considerazione più di prove ed esperimenti.

A qualunque persona sana di mente, oggi, questo modo di procedere sembrerebbe ridicolo fino ad essere imbarazzante, già solo perché non ci sarebbe modo di sapere cosa contenga “verità” di per sé, se non essendone convinti “a priori”.
Oggi, è il metodo sperimentale, è l’osservazione scientifica dei fatti, a tracciare la linea tra ciò che definiamo reale, e quindi vero, anche nel quotidiano, anche per il così detto “uomo della strada”.

Il vantaggio di questo approccio è stato apprezzato in virtù dei grossi risultati che il metodo scientifico ha garantito e per fare un esempio (non necessario, ma che ricordo volentieri) prima che fosse inventato il siero antivipera, la gente afflitta dalle conseguenze di un morso del rettile, faceva il possibile per limitare i danni, e poi si recava nella cittadina di Cocullo (provincia di L’Aquila) a rendere omaggio a San Domenico e chiedere il suo intervento sul veleno.
Quando fu scoperto il rimedio scientifico, chi era in zona si recava all’ospedale e poi a Cocullo. Oggi, dopo decenni, tutti si recano solo all’ospedale e la tradizione sacra è rimasta come folklore in una festa patronale.

In un certo senso la “verità” è passata da essere concetto morale, ad essere elemento di un metodo necessario per la garanzia di un risultato.
Nessuno può disconoscere completamente la convinzione di chi creda che se uno prega il Santo col cuore puro, completamente puro, quello la grazia la dà per davvero. No? Il siero invece funziona per tutti. 

La necessità di verità è quindi vincolata non al giudizio di spettatori esterni tenuti a decidere sulla qualità di una persona per la sua salvezza (Dio e Santi), ma al conseguimento di un risultato, “ce la vuole perché funziona”!
Questa è la considerazione che rende del tutto inviabile la mentalità da vecchi, da truffaldini, di persone ancora sostenitrici di quell’epoca sospesa in cui si andava “sia all’ospedale che a Cocullo”. Si tratta della mentalità non solo banalmente “populista”, ma del “venditore”, il cui risultato non è nella “creazione” di qualcosa, che necessita della “verità” per venire alla luce, ma solo il lucro sul suo passaggio di proprietà, la sua diffusione a prescindere dall’oggetto in sé.

Il così detto “marketing” ha disastrose ripercussioni non solo sul linguaggio, ormai inflazionato al punto da non avere più valore, ma pure sulla percezione di ciò che è “vero”, ed ha inquinato ogni ambito sociale, rendendo assai difficile la costruzione di qualcosa, perché ciò che non è “vero”, nemmeno funziona ed essere indulgenti sul sacrificio di rigore e precisione, alla lunga, ha dei costi che potrebbero arrivare ad essere apocalittici, al punto di far rovinosamente tornare l’Occidente a credere che “vero” sia indipendente da “reale” o da “scientifico”.

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