Una riflessione sul lavoro Parte I

Un lavoro non è una qualunque attività produttiva (e meno ancora un semplice dispendio energetico per una qualunque trasformazione del mondo esterno); nel senso e nell’impiego più comune del termine ci si riferisce a una attività personale spiacevole, ma necessaria per ottenere i mezzi materiali per vivere. Senza sottilizzare troppo ed avventurarci in zone di confine, un lavoro, nel linguaggio comune è inteso come il mezzo necessario per ottenere l’altro mezzo, il danaro, da spendere per degli oggetti economicamente rilevanti (beni) che sono il vero fine dello sforzo.

Uno scrittore, uno sportivo, ma anche un ricercatore magari, insomma un appassionato di qualunque attività che dalla stessa ricavi anche sostentamento, in termini piani e quotidiani non starà “lavorando”, mentre chi realizzi una attività impiegatizia, professionale, operaia, commerciale (e che spesso beneficia altri più che sé stessi) sta lavorando.

Il sogno per l’umanità sarebbe potersi dedicare integralmente ad attività produttive gradevoli e sconfiggere la schiavitù. Schiavitù moderna che alcuni cittadini (la maggioranza) sono indotti ad accettare come male minore, costretti così a dedicare tempo ad attività che non ritengono stimolanti ed interessanti …per non parlare della possibilità che viene data ad alcuni di sfruttare a beneficio proprio altri esseri umani. Barbarie!

Se tutte le attività produttive fossero automatizzate e ci fossero beni in abbondanza per un numero determinato di persone essi perderebbero valore economico (dato che è la scarsità che in parte forma il valore degli oggetti), e si potrebbe essere solo consumatori e dedicarci tutti solo alle attività da intraprendere per passione, con esiti diversi a seconda di fortuna e capacità personali, ma almeno liberi dalla schiavitù proprio del lavoro. Solo la tecnica può aiutarci!

Considerare quindi il “lavoro” come un “valore” in sé è segno di idiozia ed illustra bene la pochezza di spirito, la poca lungimiranza, e specie la nefasta tendenza (che arriva al criminale) di certi esseri umani ad accettare la sofferenza come un dato pacifico della vita e la servitù come una condizione accettabile e alla quale rassegnarsi. Molto pensiero, specie in modo implicito e strisciante (nessuno ti dice oggi: “accetta la tua inferiorità e servi il tuo padrone”), accetta e propugna la rassegnazione e l’accettazione mansueta di sofferenza e schiavitù. Chi ragiona così è il nemico, ha perso terreno ma ancora fa danno.

L’Italia è intrisa di senso di colpa, accettazione di ruolo e sofferenza, servilismo (e il suo alter ego la paraculaggine) tanto che l’articolo 1° della nostra Costituzione, facendo un esempio proprio sull’oggetto in questione, esordisce con una frase che la dice insospettabilmente lunga su tutto ciò, definendo la Repubblica come basata sul lavoro. Come detto su un qualcosa di nefasto e fonte di malessere.

La nostra Costituzione non è brutta, non è orribile, tutt’altro, e le sue intenzioni sono le migliori, ma il riferimento al lavoro come fondamento della Repubblica illustra bene la mentalità di chi la redasse, ed in genere la cultura che ci circonda; oltre, poi, a superare la soglia dell’assurdo o follia e rasentare quella del ridicolo quando si interpretino tali parole non in astratto, ma alla luce dell’attuale situazione sociale, dove regnano la disoccupazione, la disperazione, l’incertezza, il precariato, la miseria, una nuova schiavitù e sottomissione, e comunque la lentezza e mancanza di possibilità per molti di intraprendere un percorso personale, nella tirannide della vecchiezza. Ma lasciamo perdere.

Quale cretino potrebbe assumere come pilastro della sua vita e di quella dei concittadini che vorrebbe liberi e felici una attività non solo spiacevole, ma che è anche strumentale ad altro? Profonde le origini e le ragioni del parto di tale frase, i valori socialisti e cristiani che la sostengono, ma rimane il fatto che, piuttosto che scegliere lo strumento per realizzare qualcosa, è meglio scegliere da subito il suo risultato (spirituale o materiale che voglia essere).

Se mi si vuol dire che il lavoro è libertà, allora mi si dica che la Repubblica è basata sulla libertà (il lavoro mi dovrà essere garantito come sua specifica espressione concreta), se fosse dignità, allora si dica che la Repubblica si basa sulla dignità, se felicità, benessere… e così via, anche mettendo tutti questi oggetti insieme.

Ci si sarebbe potuti basare come sostegno della coesione repubblicana dei cittadini sulla “ricerca personale della felicità”, o sul pieno grado di realizzazione personale e soddisfazione, e molto altro. Oggetti che tra l’altro non sono affatto raggiungibili esclusivamente col lavoro, e neppure col concetto più ampio di produttività, e nemmeno con l’unico concetto che potrebbe salvare la frase delirante in questione, il concetto di operosità. Semmai sarebbe stato più elegante dire: “l’Italia … basata sull’operosità”, nel senso che nessuno può starsene con le mani in mano parassitando gli altri, cosa che invece accade.

Si può essere operosi a prescindere da motivazioni economiche e staffile lavorativo, anzi, che piaccia o no a chi riduce l’esistenza a un mero interscambio di beni basato solo sull’avidità (descrizione misera del mondo e non così attinente e “cinica”-esatta come si possa credere), molte attività umane, spesso le più eccellenti, si sono realizzate sacrificando possibilità di arricchimento e non inseguendole, e molti oggetti del mondo hanno visto la luce per “amore” convogliato verso il risultato specifico dei propri sforzi.

Probabilmente se si parlasse con molti poeti o musicisti e gli si proponesse di realizzare a posta opere brutte pagandogliele assai, loro rifiuterebbero preferendo fare quello che ritengono bello e guadagnare meno. Idem se si andasse, che so, da un appassionato restauratore di antiquariato e gli si proponesse di bruciare i mobili invece di restaurarli, pagandolo più per questa attività che per quella sua solita, lui rifiuterebbe. L’essere umano in genere rifugge la distruttività fine a se stessa, e questa è l’unica caratteristica che lo salva. Rifugge la violenza e l’odio fino a che non arriva a una soglia determinata, a una situazione disastrosa, catastrofica, limite.

Parimenti la spinta a “fare di più”, a competere, a non essere indolenti, non viene certo dalla promessa di uno stipendiolo misero, e dalla ripetitività del quotidiano, ma semmai dalla prospettiva della ricchezza, che è tutt’altro dal lavorare e dai suoi normali frutti.

Un giorno ero in un ospedale e tra gli amici di mio padre mi si rivolge uno di loro che, molto simpaticamente, afferma di voler pregare per me e al posto mio, sapendomi ateo, ma sentendo ugualmente un gran affetto per me. Assai grato per questo gesto di generosità ringraziai con sincero calore, pur ribadendo la mia posizione scettica, ma quello senza mollare mi propose esplicitamente di chiedergli qualcosa di specifico che volessi migliorare nella mia vita per poter realizzare in modo preciso l’intercessione sua presso l’Altissimo.

Non avendo bisogno di molto, e considerandomi generalmente soddisfattissimo quanto ad affetti e vita sociale, sentendomi amato, ed essendo pure piuttosto contento delle cose che realizzo e del mio generale stato di salute, mi espressi sull’unico punto dolente della mia situazione: il soldi. Una bella vincita, magari, perché no!?

Impossibile! I soldi no! Non si possono chiedere! Avrebbe potuto chiedere un lavoro semmai, ma non direttamente i soldi. Rimasi perplesso, lui faceva il professore. E non lo faceva per prendere lo stipendio? Sì! E allora perché chiedere di fare il professore per prendere lo stipendio, invece di chiedere direttamente il frutto di una attività che altrimenti non si realizzerebbe?

Le risposte a queste domande ci condurrebbero nostro malgrado per sterpeti inestricabili, e ce ne sono molte. La più banale, ma anche solida, è che non si possono chiedere i soldi a una divinità virtuosa perché essa come tale non concederà qualcosa che porterà il beneficiato all’ozio (inteso in senso contemporaneo) all’inedia, alla perdita di contatto con il valore delle cose e del sacrificio che tutti gli altri esseri umani e animali hanno investito nella realizzazione dei beni che si vanno sperperando e consumando, in ultima istanza alla perdita del rispetto per la vita e lo sforzo altrui. Uno deve realizzare una attività positiva per ottenere di che vivere, una attività che, inoltre, ben può essere realizzata con amore e passione, come per esempio anche quella dell’insegnamento.

E qui siamo al punto, perché, come detto, non c’è, non esiste, questo nesso tra lavoro e attività realizzata con amore e con passione, dato che il lavoro, inteso in senso quotidiano non è che una schiavitù che semmai perverte e umilia anche attività (una volta considerate addirittura al confine con la sacralità) virtuose come l’insegnamento a banale routine da cui trarre i mezzi per il sostentamento, e danno per scontato (per abuso e ipertrofia del senso di colpa) che una persona che abbia soldi non si dedicherà ad attività alcuna, e meno che mai virtuosa o positiva e che soffrire sia necessario.

È vero proprio l’opposto, perché a prescindere dal danaro, e nonostante lo sforzo che presuppongono, a volte nonostante la delusione persino, nonostante l’impiego di mezzi, risorse, tempo, molta, moltissima gente realizza attività costruttive e produttive, come, per esempio me adesso senza guadagnarci nulla, e se uno avesse più soldi continuerebbe a fare lo stesso, ma semplicemente in modo più comodo e senza patire.

 

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