Una riflessione sull’etnicità e il razzismo

Ieri parlavo con un mio studente, un ragazzo giovane e davvero brillante, di gran intelligenza, e appartenente a una famiglia americana di origine italiana quasi da modello, di grande successo in affari, con un’impresa che conta oltre quattrocento dipendenti, quando, senza averlo affatto pianificato abbiamo toccato un tema delicato. C’è confidenza ormai tra di noi, e ci diciamo le cose così cose come sono. In questo caso forse dei recenti avvenimenti assai spiacevoli occorsi in Virginia, con dei neonazisti in marcia per rivendicare le loro becere idee, ci hanno fatto finire per parlare di etnicità.

Da premettere che in America (USA) il tema razziale e dell’appartenenza etnica è molto sentito e discusso; è ancora un problema in certi casi, al quale si cerca sempre una soluzione in grado di garantire a tutti di vivere un’esistenza pacifica e non soggetta a discriminazioni. Tuttavia, trattandosi di una democrazia, dove tutti, anche i più imbecilli e crudeli, hanno voce (come deve essere), non c’è mai accordo unanime su niente, compreso il ruolo da attribuire al colore della pelle, la forma degli occhi, e via discorrendo con tutto quello che descriva una persona e la incaselli in un gruppo.

Un esempio della rilevanza dell’appartenenza etnica nella cultura americana è nei formulari che si adottano, sia pubblici che privati (per esempio quando si cerca lavoro, o chiede un’abilitazione) nei quali c’è sempre una pagina (ormai di solito virtuale) dedicata all’etnia del richiedente, che può decidere di indicarla o meno, e che si divide, per esempio in: bianchi, neri, asiatici, latini, nativi, etc.

Da italiano io ho sempre messo la crocetta, come correttamente da farsi, sulla casella: bianco. Senza specificare altro. E così fa anche il mio amico e tutta la sua famiglia, il quale però poi mi sottolinea, confermando quanto, in ormai oltre tre anni di vita qui, avevo già sentito ripetere altre volte e avevo anche capito da solo: “noi siamo bianchi, ma non altrettanto bianchi quanto gli altri bianchi”.

Cioè, insomma, gli italiani sono gli “ultimi dei bianchi”, o sono dei “bianchi speciali”, “non bianchi al cento percento”, o come si voglia dirla. Non sono bianchi quanto i w.a.s.p. (white, anglo-saxon, protestant), i germanici, gli scandinavi, e neppure quanto lo sono gli irlandesi, per esempio. Mi ha fatto ridere quando ha poi definito “i classici bianchi americani”: di una noiosità mortale! Non li si frequenta volentieri, è vero.

Devo anche e subito precisare, prima che si inizi ad azzardare conclusioni affrettate, che in anni di vita qui non ho MAI in nessun modo MAI sentito alcuna forma di discriminazione verso di me, neppure minima, né con la popolazione, avendo incontrato necessariamente gente di tutte le etnie e situazioni socio-culturali, né con le forze dell’ordine (sempre gentilissime), né per motivi di studio, né di lavoro, o intrattenimento. Anzi, devo dire che, avendo cambiato paese già un’altra volta prima, non mi sono mai sentito meglio e più velocemente incluso nella compagine sociale, anche prima di avere tutte le autorizzazioni ufficiali.

La questione etnica, quindi, rimane nel caso italiano un qualcosa di percepito più sul piano storico, insomma (ormai le cose sono molto migliorate) e su quello dell’immaginario forse, che sul giorno per giorno, come dire, rimane confinato su di un piano che non ha più riscontri pratici spiacevoli rilevanti.

La madre del mio amico, però, oramai sessantenne (in splendida forma), racconta di quando certa pressione si percepiva sul serio e la sua famiglia era esclusa dalla frequentazione degli altri bianchi, quando essere cattolico invece di protestante era ancora un motivo di diffidenza, come ancora magari a volte lo è rimasto l’essere atei. A quei tempi i genitori non volevano che i figli invitassero a casa l’italiana, per quanto fosse un’eccellente persona, e insomma trattavano diversamente chi non era “dei loro”: bianco, sì, ma bianco diverso!

Ammesso che abbia capito bene, “i loro” erano prima i w.a.s.p. e quella larga maggioranza (prima etnia in termini numerici) di tedeschi che si era inserita e mimetizzata, poi si aggiunsero gli irlandesi, che erano cattolici, ma (immagino io questa sia la ragione) parlavano inglese. Italiani e mediterranei erano secondi a queste etnie, e trattati-percepiti come inferiori.

Adesso, orbene, s’è chiarito che essere italiani o mediterranei, russi o dell’est, asiatici, etc. non ha la minima rilevanza su come sia una persona, e che nessuno è un pericolo o “inferiore”, ma c’è chi si ostina, non più con loro principalmente, magari, ma con altri. È altrettanto vergognoso.

Si ostina come? Ovviamente male! Cioè sostenendo l’insostenibile. E cercando di smentire, o almeno ignorare, anche le conclusioni scientifiche ormai di dominio comune. Trovo imbarazzante (ad essere miti) che in questo circo di stupidità odiosissima ci siano di mezzo ormai anche degli italiani, cioè un gruppo di persone che anche di recente era stato vittima di ingiustizie del genere, e che ora vorrebbe ripeterle come esecutore. Fino ad ora, criticabili come tutti, gli italiani non si erano mai distinti, però, per adesione a questa particolare forma di miserabile meschinità umana che è il razzismo, anzi, perfino i primi abitanti della penisola, pur nella loro estrema durezza e aggressività, avevano praticato una saggia politica inclusiva, già duemila anni prima che essa fosse ripetuta e ampliata dagli statunitensi. Perfino i più degli intellettuali fascisti diffidò sempre e anche esplicitamente dei deliri razziali del nazismo. Incredibili i dedali percorsi dalla storia!

In primo luogo è ormai chiaro e strachiaro che tutti siamo una mescolanza di decine di etnie, discendenti tutti da un’origine comune. Non ci sono “figli di Dio”, o di lui prediletti, perché non è possibile nemmeno tracciare una linea e capire da dove cominciare a considerare qualcuno “speciale”.
Personalmente ho deciso di fare la scansione del DNA e ne sono uscite della belle, dovrebbe farla anche chi si propone come “etnicamente superiore”, per vedere e dimostrare quanto sia appartenente in modo effettivo all’etnia che considera dominante (ariana) e a cui si ascrive.

Le persone che qui si definiscono ariane non lo sono, o non appaiono esserlo. Sono solo di pelle bianca, esattamente come la mia, o quella del mio amico greco, di mia moglie irlandese-spagnola, e pure di mia figlia per metà messicana. Eppure si sentono “superiori”, se lo dicono da soli e vorrebbero farlo pesare ed avere l’impudenza di trattare gli altri da inferiori.

Evidenziando un’ignoranza e una stupidità senza pari, non solo arbitrariamente decidono che quell’etnia è superiore (lo hanno sentito dire) e pensano di appartenervi, ma poi, con dei tremendi deliri, riescono a ricondurre al concetto di “superiorità ariana” di tutto, compreso l’essere cristiani, e magari al contempo pagani, insomma, ne dicono di tutti i colori, rendendosi, agli occhi di chi non sia analfabeta come loro, degli zimbelli.

Per affermare la superiorità della razza ariana a cui NON appartengono, poi, sono costretti a riferirsi alla cultura c.d. “occidentale”, cioè a quella cultura alla quale non solo non contribuiscono perché non ne sono capaci (sono stupidi perché vogliono e scelgono di esserlo), ma che è stata formata in buona parte da persone che poi non vorrebbero includere nel gruppo etnico “superiore”. Prendono il buono e lasciano “il resto”, un po’ come quando in Gran Bretagna un atleta scozzese vince ed è britannico, perde e torna ad essere solo scozzese, quella la mentalità!  

Se solo gli ariani sono superiori, non lo sono anche i romani antichi, a rigore neppure i celti, non i greci, non gli etruschi, e via discorrendo; eppure “l’ideale” che difendono, e di cui parlano, si basa su una parola greca (“idea”, se ne inventassero una ariana!), la cultura di cui fanno parte (loro vergognosamente, altri assai meno) e li ha partoriti come una verruca, è stata mandata avanti da pensatori e da scienziati, eruditi e studiosi, geni e poeti di ogni etnia e razza che loro considerano inferiore alla loro.

Anche solo voler rinunciare a quelle etnie che odiano di più, significherebbe amputare alcuni dei traguardi più significativi nati in seno al così detto Occidente, che ha preso il volo proprio quando la loro mentalità escludente e chiusa ha dovuto cedere il passo al progresso di concetti come l’uguaglianza degli esseri umani.
Senza ebrei non avremmo la Relatività di Einstein, gli studi di Galileo, e ancora peggio la sua perseveranza scientifica, non avremmo tanta arte, cinema, riflessione politica, scienza, e tanto altro senza il quale questi maiali, se si sentissero coerentemente di rinunciarci, sarebbero condotti a vivere in un triste medioevo. Dovrebbero spegnere tv e computer, cellulari e satelliti, e ungere spade in vista di un’ennesima guerra persa.

Anzi, a voler applicare a ognuno proprio il concetto che egli vorrebbe applicare agli altri, a voler decidere chi è “superiore” a chi altro… beh, non vedo tutte queste alte statue di avorio di biondi capelli e occhi celesti tra i soggetti più significativi di scienza e arte: Newton, Platone, Cartesio, Dante, Spinoza, Wilde, Omero… Che siano inferiori a chi ha capelli e baffi neri? 

La loro guerra questi personaggi l’hanno già persa. L’hanno persa perché il loro modo di pensare, fare, e decidere, funziona peggio di quello più bello, oltre che più attinente alla realtà dei fatti, che non vuole discriminare tra persone e tanto meno vuole sedicenti e autoproclamati leader e capi, “speciali”, “superiori” per prepotenza. La prepotenza non va!  

Per questo si fanno e si vincono o perdono le guerre, per decidere quali idee e strategie siano le migliori. Se gli “ariani” (tutti senza dna scansionato) fossero stati superiori, avrebbero vinto la guerra che vollero fare; e con loro sono sepolti, speriamo per sempre, pure il colonialismo e la boria britannica (altri perdenti della guerra e della storia contemporanea), la grandeur francese, la spocchia ispanica, ed ogni altra idiozia che voglia sostenere la superiorità di qualcuno su qualcun altro, per mera appartenenza formale (vera o di fantasia che si voglia) a un “gruppo speciale” e non solo quello spesso deludente di esseri umani.

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