Una Storia di Scacchi

Avevo un amico che avrà pesato un cinquanta chili con tutte le scarpe, veramente minuto e magrolino; girava vestito da dandy e ci divertivamo a usare lemmi desueti in continuazione. Tutto considerato era un vero poeta, anche se non se ne rendeva conto, non ci teneva, e non scriveva poesie.

Usciva di casa sempre con bastone, marsina, fiocco, portava pure il monocolo, che usava per rimarcare i suoi giudizi o sentimenti. Era una vera comica, non ne eri mai stufo: sorpresa, lo lasciava cadere, incredulità, lo aggiustava all’occhio destro, e in mille altri modi e usi sapeva comunicare, tedio e noia, curiosità, nostalgia, ripulsione, diffidenza, farti sapere che voleva andarsene o rimanere, curiosare, qualunque cosa.

Era anche un intellettuale vero, di cultura vasta e articolata, aveva un dottorato in fisica, e per di più giocava anche molto bene a scacchi; lo avevo conosciuto così, al club dell’Università. Era un maestro, anche se ci si era sempre dedicato solo a tempo perso; stava fisso sui duemilatrecento punti da un pezzo.

Una sera in un bar un tipo lo prende in antipatia; va detto che lui sapeva essere veramente irritante quando ci si metteva, e questo era il classico energumeno che sa solo pensare alle donne e per di più è arrogante, invadente, lavora in qualche ufficio e così si ritiene pure brillante e spiritoso. Non la smette di cianciare e prendersi confidenze non gradite, insomma, si profila proprio come il peggio del peggio.

Dopo una lunga serie di prese in giro per nulla mascherate, però, l’atletico virgulto si era stufato e chiese al mio amico di “risolverla da uomini”; beh, semplicemente non c’era maniera di salvarsi contro uno del genere. Lui però si alzò di scatto, tutto accigliato e serio… fintamente serio, era da ridere, se lo conoscevi, col cipiglio fosco, scosta la sedia in malo modo, si dirige a passo marziale verso un angolo della sala come invaso dal fuoco di un furore sacro, ci torna con una scacchiera e i pezzi degli scacchi, li sbatte con una parodia della violenza sul tavolo.

“Avanti!” fa: “risolviamola da uomini!” e lo guarda fisso e minaccioso. L’altro schiumando di rabbia, ma confuso dalle risatine varie dei presenti, la maggior parte donne, gli fece chiaro, mostrando odiosamente le nocche della mano, che non aveva parlato di giocare a scacchi, ma di prendersi a botte fuori dal bar. Tra cori di dissenso, e boo, senza fare una piega, per niente intimidito, ribatté che persino lui, che odiava sia la natura che la tv, aveva avuto l’agio di vedere in numerosi episodi del National Geographic, o su Discovery, centinaia e centinaia di specie che si prendevano “a botte”, cornate, morsi, colpi, artigliate, unghiate, ma che non ne aveva mai visto una misurarsi a scacchi, e che perciò questo modo, gli scacchi, era quello “da uomini” mentre tutti gli altri erano… da uomini… certi, forse, e a volte, ma di certo da animali pure e sempre. Quindi, se voleva risolverla “da uomini”, doveva giocare.

Vinse dieci partite di fila, le ultime due senza la regina. Applausi, e cori dal capannello di curiosi. Il tipo quella sera non rimorchiò.

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