Un’altra Nota sulla Biblioteca di Babele di Borges

Dedicarsi alla computisteria della Biblioteca di Babele di Borges non è sempre triviale e pomposo esercizio di pedanteria intellettualistica, può anzi essere utile per apprezzare meglio la vastità di quel luogo fittizio inventato dall’autore, la quale, nella mera intuizione della prima lettura, magari non rende sempre giustizia alle davvero colossali proporzioni del posto. Rimane tuttavia chiaro che per immane che essa possa essere, il salto all’essere “infinita” a forza di sole addizioni è impossibile. La distanza che c’è tra una biblioteca composta da un solo scaffale a una infinita e quella di una biblioteca di dieci alla milionesima scaffali a una infinita è pressoché identico; entrambe sono insignificanti.

Il dato più (l’unico) significativo riguardo alla sua postulabile infinità è quello sulla “periodicità” della biblioteca. Una biblioteca che si ripete infinitamente, periodica. E su questo punto, un aspetto che insospettisce, o mette la pulce nell’orecchio, è il senso da dare alla presenza di opere che debordano dal rigido formato dei singoli volumi. Insomma, sappiamo che i volumi non sono “chiusi in loro stessi”, nella Biblioteca c’è tutta l’Enciclopedia Britannica, un’opera che non potrebbe essere contenuta in un solo tomo del formato specifico indicato dall’autore per ciascuno di essi; deve esserci una versione della stessa opera per ogni singolo unico errore possibile in ogni singolo tomo (i tomi non possono essere identici), ce ne saranno per versioni con due, tre, quattro, cinque, sei errate, ce ne saranno del pari in ogni altra lingua, incluse quelle mai parlate e mai venute alla luce, ci saranno “versioni” dell’Enciclopedia del tutto sfigurate, caotiche … ma ecco… quando un tomo smette di essere la versione sfigurata di qualcosa e diviene qualcos’altro? Come sempre le linee dell’identikit iniziano a slittare tra loro, il tentativo di comprendere sfuma.
I volumi devono-possono essere trovati in ordine per essere identificati come davvero consecutivi? Non lo sapremo mai.
L’autore, inoltre, afferma che ci sono anche i volumi mai scritti da autori realmente esistiti. Ciò è possibile solo perché, essendoci tutti i volumi scrivibili, un autore (ciascun autore) sarebbe comunque e necessariamente arrivato a redigere qualcosa di già presente in uno dei volumi a disposizione. Non c’è altro modo di concretizzare un’omissione, un’inesistenza. Chissà quale tra le tante è la vera versione definitiva dell’Eneide di Virgilio.
Ma se un volume non è un mondo chiuso, se ammette continuazioni, forse l’intera biblioteca non è che un’opera che a sua volta può essere narrata in altre differenti versioni, altre combinazioni, altro ordine, e così ogni somma di essa con le sue versioni precedenti e successive. Una narrazione e un ordine che esorbitano di parecchio la mia capacità ragionieristica e che forse finalmente riescono ad abbattere il muro dell’infinito; forse nella Biblioteca avviene ciò che avviene in un numero trascendentale.
In ogni caso la sua descrizione precisa non solo è impossibile, sarebbe anche inutile; non la dà l’autore, non la vuole il lettore, se ha senso cercarla o far finta di cercarla, non ha senso trovarla. La questione della sua finitezza deve rimanere aperta perché la biblioteca è l’Universo, lo rappresenta, e con esso riproduce i suoi misteri.
L’altra questione, anche più dibattuta di quella matematica, è la sua forma. E qui sì che credo che la pedanteria sia in un certo senso inevitabile. Tutti noi ci siamo soffermati sulla struttura del posto, è parte del gioco, l’autore probabilmente lo vuole; tutti abbiamo cercato di rappresentarci i suoi angoscianti e deserti corridoi, dare una forma mentale il più concreta possibile, abbiamo vagato tra gli esagoni con luce fioca, usato i gabinetti stretti e percepito la scomodità di dover dormire in piedi, ammirato le pagine coi caratteri nerissimi. Suppongo che tutti ci si sia suicidati almeno una volta lasciandoci cadere nel vuoto fino a divenire polvere, partendo da vivi, e non come sepoltura tradizionale del posto, tutti forse avremo sentito il terrore di cadere per errore da una delle balaustre troppo basse, in un maldestro incidente, magari in una colluttazione contro un fanatico di qualche nuova setta. Vivendo lì avremo sentito l’imbarazzo di voler andare a dormire e aprire la porticina di un cubicolo già occupato da un altro bibliotecario. Probabilmente tutti ci si è chiesti di che qualità sia la carta delle pagine. L’autore conta, vuole queste cose. Ma per concreta che la biblioteca appaia, grazie ad alcuni minuziosi e strategici dati forniti da Borges, credo che essa sia stata pensata e voglia rimanere un luogo onirico, tacciato di quella irrealtà nella concretezza, o viceversa, che ci sgomenta pensando di essere persi, soli, nella vastità dello spazio intergalattico, o al risveglio da una visione che appariva reale. La vita dopotutto non è uno strano sogno persistente fino all’ostinazione? Non potremmo svegliarci ora e rimanere sgomenti di aver sognato di essere creature di carne, con famiglie, passato, amori, preoccupazioni, genitori, figli… questo non è mai successo a noi angeli, noi angeli non invecchiamo. Del pari non potremmo addormentarci ora e sognare di essere tigri? Nella giungla, in agguato tra fogliame verdissimo, famelici, potenti… non saremmo tigri per davvero per un momento?
Borges pensa che il suo paradiso personale dovrà essere una biblioteca, non quella di Babele, non angosciante come quella, ma piacevole, come quella di suo padre, il luogo dal quale in ripetute occasioni lo si sente dire “non sono mai realmente uscito”. Borges ha passato la sua vita in una biblioteca, ne vuole un’altra per l’aldilà, ne inventa una tragica che rappresenti la nostra inadeguatezza, le nostre angosce, la nostra condizione umana, di ignari, impauriti, di messi al mondo forzatamente, di scomodità e fatica, ma questa biblioteca non esiste, non può esistere, è solo un enigma mentale, che va affrontato solo per non essere risolto. Se fosse risolto non avremmo che un giocattolo rotto, un’altra vittima nella collezione della nostra umanità maldestra e infantile, un puzzle della Hanayama difficoltà 5 da appendere sullo scaffale come trionfante e sinistro trofeo-talismano di tassidermia intellettuale alla nostra stupidità intelligente e vanagloriosa. La biblioteca è volontariamente vaga nella matematica e nei suoi dati per la computisteria e contraddittoria nella sua topografia. I corridoi non possono esistere, le celle non comunicano come vorremmo, la prima versione era una torre, etc., nelle successive abbiamo provato a saltare, non abbiamo trovato corde per issarci o scendere, la fantasia le ha provate tutte, ma non ha avuto successo a diradare le nebbie e le incongruenze: non c’è traccia di cibo, ma ci sono toilette, non c’è un pianeta a sostegno, o un fondo, ma c’è una gravità che permette una caduta infinita, c’è aria respirabile a tutte le altezze, non c’è sole ma ci sono lampade, c’è carta, ma non ci sono alberi, ci sono uomini e nascite, ma non c’è amore o sesso, c’è il concetto di animali, ma non ci sono altre specie che l’umana; c’è esistenza pura, come è esistenza pura quella dei sogni.

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