Un’Estenuante Intervista di Lavoro

Nell’arco di quella che chiamiamo storia, storia umana, si sono date molteplici interpretazioni e letture di cosa sia vivere.
Più o meno complesse, si somigliano tutte; le più diffuse e consolatorie pensano che vivere abbia un senso, di solito che l’uomo sia osservato da fuori e giudicato in base alle sue scelte, e molto spesso anche solo in base alla sua cieca abnegazione verso una determinata deità, o fede.

Questo ha una conseguenza, molti infatti ipotizzano una vita oltre la morte, o meglio un’esistenza oltre la morte, di solito dove sopravvive persino ogni identità e coscienza individuale; i più deliranti immaginano teatri colossali e sfavillanti, i più dimessi paludi, tenebre, chiarori e tedio, i meno farneticanti, tra cui alcune formulazioni del mito vichingo, pensano di persistere solo nella memoria degli altri, cioè indirettamente.

Si è cercato ossessivamente il senso di questo susseguirsi di tempi e momenti che altrimenti sarebbero vuoti e inerziali, giorni e giorni, settimane, anni… fino a che oggi la tecnologia ha suggerito quello che potrebbe accadere in modo più concreto e verosimile.

Fuori da pretese di immortalità al di là del tempo, forse l’individualità rimarrà conservata in giganteschi database, dove ciascuno possiederà, imprigionato lì senza corpo, la totalità delle sue memorie. La morte fisica cede alla leggenda per cui solo i grandi saranno ricordati in virtù delle loro gesta, ed ecco ripescati dal nulla dell’oblio tutti coloro che frequentano le memorie di altri, coloro che sono finiti per intero nel database. Tutto quello che è possibile conservare sarà conservato, il database è il Valhalla, l’Empireo, e al contempo l’Inferno di non perire ed essere condannati ad esserci perennemente, in ogni ricordo, senza poter variare nulla o aumentare alcunché. Una stasi autocosciente!

Diffusa è ormai l’idea che l’autocoscienza sia uno stato della materia: materia che, arrivata a sapere di esistere, vuole conoscere; è quindi un universo che intraprende un cammino per sapere cosa esso stesso sia. E facendo un passo ulteriore, c’è uno stato della materia che, osservato quanto può della situazione in cui si versa, non vorrebbe esserci affatto. La tecnologia, con la sua infernale memoria infallibile, potrebbe arrivare a prevenire che questo possa accadere: dovrai esistere per forza.  

Ma oltre a una rielaborazione della ipocrita “salvezza dalla morte”, la tecnologia potrebbe realizzare ben altro mito: quello della retribuzione.

Se, come ormai in molti dicono di credere, il mondo non esiste affatto, ma è esso stesso null’altro che una simulazione creata da un supercalcolatore, il delirio di vivere potrebbe assumere ben altri contorni.

Siamo tutti immersi in una simulazione che viene osservata dall’esterno e le nostre scelte saranno tenute in considerazione per decisioni sulla nostra persona che saranno effettive solo sul piano non virtuale, e a noi sconosciuto, occultato, ora.

Il mito della caverna, quello di Dio che osserva e giudica, l’alchimista che solleva il velo dell’orizzonte celeste, e mille altri, non sono che manifestazione del sospetto che quello che capita qui non sta capitando affatto. Siamo altrove, con degli occhiali addosso, dimentichi di averli indossati, in poche ore un’intera vita accade e si sviluppa: genitori mai esistiti, figli e mogli mai avuti, scelte dolorose, tradimenti, alleanze, ripensamenti, delusioni, che non sono mai veramente capitati a nessun altro che alla nostra proiezione virtuale di noi. Questo universo non c’è mai stato, non esiste la sua fisica, né la sua materia, le sue equazioni, che non riportano mai, non sono che una elaborazione informatica.

Perché indossare gli occhiali? La vita in questo caso, con tutto il suo delirante male, potrebbe non essere altro che una lunga (dal punto di vista interno alla simulazione) estenuante intervista di lavoro, tesa a chiarire vari aspetti della personalità di ciascuno: la sua onestà, certo, ma, ai fini dell’impiego, la sua dedizione, servilismo, capacità di adattamento, obbedienza, concretezza, e tutto ciò che fa di un buon impiegato, un buon impiegato.

Massimo demerito, per poter avere il posto di lavoro che ci spetta nella società che ha realizzato il software che stiamo usando senza saperlo, è l’arte, o meglio l’arte non tesa ad una commercializzazione diretta. Ecco che, per dare piste che permettano di evitare l’orrendo abominio di produrre oggetti che non abbiano un diretto valore economico, o un valore altro che quello insito nella loro forma e bellezza, agli artisti è riservata, nella maggior parte dei casi, una vita miserabile e avvilente. Solo quelli che sanno vendere saranno salvati! E solo in quanto venditori.

Malattie, tormenti, povertà, morte prematura, indifferenza del genere umano, cattiveria gratuita, maldicenza, patologie esotiche, macchine di guerra, ferocia, una natura ostile e divoratrice di se stessa, la dolorosità insita nella materia stessa forse, paura e incertezza, sgomento per l’abisso e l’oscurità, gelo e rogo, fame e vomito, non sono che costruzioni di un programmatore, non valgono altrove che qui.

Cosa attende al risveglio chi dovrà essere produttivo in una società che ha saputo inventare una tale macchina di disperazione? Che miserabile e spaventosa vita sarà quella dopo la morte?

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