Un’Osservazione dalla Frequentazione di Video-Documenti su J. L. Borges

Uso di buon grado le risorse che la tecnologia offre, quando inerenti ai miei interessi. Nell’ultimo anno mi sono dedicato con passione a uno dei miei autori preferiti, forse il preferito a questo punto, ed ho iniziato con un certo timore, come sempre si dovrebbe quando si decide di avvicinarci in modo più intimo a qualcuno che già si ammira. Era anche per questo che avevo titubato così a lungo.  

Come ho già riportato altrove, YouTube offre una serie cospicua di interviste e lezioni dell’autore, per fortuna vissuto quando già esisteva la TV, ed esse non mi hanno riservato che belle sorprese e gioie. Mi sono sentito molto sollevato. Oggi, oltre alla sua opera, rispetto tanto anche l’uomo. Non sempre avviene, anzi, di solito avviene l’opposto, come può sapere chi abbia apprezzato qualche disco dei Manowar.

Il mio viaggio mi ha dato però modo di realizzare un’osservazione, che sarà banale, ma che, nella sua banalità, conforta e non disdegna conferme, che a conti fatti non sono così frequenti. Non è facile trovare esempi di quanto segue, voglio riportare questo qui.

Oltre al materiale menzionato, dove era l’autore a parlare in prima persona, ho anche voluto ascoltare alcune opinioni di esperti su di lui, e tra le varie un video mi ha spinto alla riflessione. Non lo menzionerò, perché quello che dirò su di esso non è del tutto lusinghiero e non vorrei che si fosse condizionati dalla mia opinione qualora si decidesse di guardarlo.

Vari professori davano una specie di lezione collettiva o congiunta sullo scrittore argentino e quello che riportavano, dati, fatti, commenti, era veramente interessante, loro preparati, ad ogni modo qualcosa mi lasciava non solo insoddisfatto, ma vagamente a disagio.

A questo punto fare un confronto tra i video in cui Borges parla e quelli in cui si parla di lui è stato inevitabile e mi sono chiesto quale fosse la grande differenza.

Ebbene, ecco qui la banalità, quando Borges parla, e parla non solo di sé, ma di una quantità estesa di testi, autori, persone, e quando Borges scrive, e lì il numero di riferimenti diventa immane, si percepisce un entusiasmo e, in una parola che va presa in un modo specifico, un amore, che non è riscontrabile altrove.

In estrema sintesi quello che c’è da una parte e pare mancare nell’altra, quello che c’è quando parla Borges e manca quando certi accademici parlano di lui, è l’amore.

Adesso, so bene che questa affermazione potrebbe far sorridere, offre il destro a critiche ovvie, e confesso che mi sono un po’ vergognato anche io di metterla in questi termini, ne ho cercati di migliori e più elaborati, ellittici, eruditi, cinici, intelligenti se vogliamo, ma non ne ho trovati e mi sono rassegnato, erano tutti solo elusivi e pretenziosi. Per una volta le cose sono semplici o paiono esserlo (come mai lo sono quando paiono essere semplici).

La parola “amore” non va certo presa in senso “romantico” (propriamente o volgarmente si usi il lemma), tantomeno erotico, si sa che amore è nome unico per sentimenti che altre lingue differenziano in tre, quattro, o anche più voci. Amore va inteso in senso quasi filosofico greco, ma se la parola ci incomoda, pensiamo solo all’entusiasmo.

Borges parla con entusiasmo vero, attaccamento, di ciò che fa e che lo muove e motiva a scrivere, scrive per piacere, legge per maggior piacere. In un certo senso “non è un professionista”, non tira a campare, non fa nulla per fini ulteriori che per fare quello che fa. Scrivere è il fine, non un mezzo. L’accademico pare stanco, tediato, pare aver esaurito, se lo ha mai avuto, il suo amore. Sono stato nell’accademia e non ho visto molti amare quello che fanno. Se uno vuole apprezzare un’eccezione può guardare qualche video del Mathologer, che riesce a comunicare entusiasmo perfino per qualcosa di tradizionalmente ostico come la matematica. 

Fossi stato il moderatore dei tre cattedratici, dopo un’oretta avrei spontaneamente formulato l’ingenua domanda: “signori, ma… a loro, Borges piace?” Non era davvero possibile giungere a una conclusione su questo.

Ho sempre affermato, e qui salto veramente a conclusioni azzardatissime, che il professionismo ha accoppato “l’arte” (ammesso che si sappia cos’è; io non lo so, ma vediamo di andare spediti e imprecisi).
Fronte a un immenso miglioramento dal punto di vista tecnico in quasi tutti i campi, sport, scacchi, scienza, e ovviamente arte (la gente studia all’Università come narrare storie, dipingere, suonare, fare un film, scrivere dialoghi) non si raggiungono vere vette, non mi pare di vedere nulla di veramente memorabile da un bel pezzo, anzi ho visto massacrati parecchi capolavori (quelli di Tolkien i primi). Sia chiaro ho trovato e trovo eccezioni (a seguito una). Ma attribuisco gran parte dello stallo e dell’insuccesso alla mancanza di vero amore, all’uso delle attività come mezzi per scopi altri (i soldi); alla fine, è forse il “lavoro” che ha ucciso l’arte. Il riduzionismo all’economico sia come motore della storia umana (marxismo), sia come motore dello sforzo personale (capitalismo, liberismo) non è solo una rozza ridicolaggine, è semplicemente una falsità.  

Quando si vede in particolare un film per me è ormai inevitabile percepire in modo evidente la personalità dell’autore o gli autori, le riunioni di lavoro, i loro banali motivi, il fatto che si vuole solo separare me dai dieci dollari che porto in tasca, e farli finire nelle loro.
Per farlo si prova a farmi ridere, piangere, arrabbiare, riflettere, emozionare, prendere posizione, ma questo mi spinge inevitabilmente proprio all’opposto: a non riuscire a ridere più, a piangere più, ad arrabbiarmi nemmeno, né a riflettere, emozionarmi, o a prendere posizione in altro che nel rifiuto e il motteggio sdegnato della loro produzione truffaldina e subdola.
Alcune cose sono migliori di altre, ovviamente, Star Wars è la peggiore, ma l’immane impatto, peso, potenza di un uomo come Borges sono davvero rari. Così come lo è l’incondizionato amore che può suscitare e dal quale sono esclusi altri.

Per una volta, ma sì, lasciamoci trasportare da qualcosa di semplice, sentiamoci in grado di amare qualcosa a costo di apparire parziali, ingenui, ridicoli; l’amore non lo abbiamo creato noi, rifiutarlo non ci nobiliterà neppure. Essere considerati intelligenti è sopravvalutato, no: essere considerati è già sopravvalutato.

Per concludere in modo positivo il primo scritto del 2019, vorrei segnalare un libro che pare realizzato con vero amore, dall’autore del sito della Biblioteca di Babele, Jonathan Basile, si intitola Tar for Mortar, è un testo sull’omonimo racconto, molto bello e interessante. Può essere acquistato in copia fisica, o scaricato da qui, realizzando un’offerta, o anche senza effettuarla.

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