Un’osservazione su “La Casa di Asterione” di J. L. Borges

“La Casa di Asterione” è un racconto breve e al solito magnifico di Borges che ha come protagonista proprio Asterione, meglio conosciuto come Minotauro di Creta, il celebre frutto dell’amore contro natura della regina Pasifae, sua madre, e un toro bianchissimo.

Il Minotauro è una creatura assai popolare da sempre, anche Dante ne fa uso, all’Inferno, canto decimosecondo, dove presidia il girone dei violenti; suo padre Minosse è al cerchio quinto, all’ingresso del “vero” Inferno. Gli esperti però riferiscono come non è certo che il Poeta avesse in mente la stessa rappresentazione fisica della creatura mitologica che oggi tutti condividiamo, quella di un essere di fattezze umane e testa (e coda) taurina. La storia della sua iconografia è assai complessa e gli attributi potrebbero pure essere invertiti; in tal caso avremmo una specie di centauro taurino, anziché equino, probabilmente cornuto.

Sappiamo bene che Borges amava e conosceva assai a fondo la Divina Commedia, che aveva letto più volte in italiano e, sebbene nel suo racconto conferisce quasi esplicitamente al Minotauro le sembianze che abbiamo più familiari, forse un’eco delle incertezze medievali dell’Alighieri potrebbe affiorare verso la fine del testo, quando il povero sventurato specula sulle sembianze del suo “redentore”, che attende con trepidazione da quando una delle sue vittime gliene ha predetto l’arrivo.

¿Cómo será mi redentor?, me pregunto. ¿Será un toro o un hombre? ¿Será tal vez un toro con cara de hombre? ¿O será como yo?

Chi salverà il Minotauro dandogli la morte? Un uomo, un toro, un toro con volto umano, o una creatura come Asterione? Non rimane che immaginarlo uomo con testa di toro. Assai probabilmente questo ultimo magnifico e ghiotto dettaglio del grande maestro argentino è un omaggio all’opera del più grande poeta italiano.

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