VI

Cambiai idea. A pensarci bene, tutte quelle morti, tutte le disavventure e le perdite, l’aver osservato così senza filtri la Natura e lo stato delle cose per così tanti secoli, mi avevano instillato un profondo senso di diffidenza e insoddisfazione che non volevo più reprimere o rinnegare in alcun modo.

C’è chi dice che la realtà conosciuta per quello che effettivamente è, è insopportabile per la condizione umana, e io un uomo perfetto mi ero messo in testa di creare. Considerai quindi che la materia di cui sono fatti i sogni è piuttosto rischiosa, e aveva già fatto abbastanza danni nella storia. È incontrollabile, e tramite essi avrei forse formato un essere intriso di tutto quello di cui, a ben vedere, volevo disfarmi: le emozioni banali di amore e odio suscitate dal grande e dal piccolo schermo, un essere vendicativo e mediocre, con piccoli sentimenti volgari, che avrebbe interpretato la vastità vuota e abissale dell’esistenza decorando il legittimo pessimismo con tinte vivaci e opposte di adesione e biasimo, sentendosi al centro di un universo tanto indifferente a lui quanto angusto nella sua mente.

Decisi quindi di riprendere concetti dei miei ormai quasi olvidati studi alchemici toledani. Volevo un materiale puro, incorruttibile, non erratico come l’onirico, non sporco e fiacco come la carne. Va precisato che attribuivo all’impurezza e alla caducità del materiale quasi tutti i difetti evidenti di individui e collettivi, difetti diversi e in gran numero, ma di comuni origini. La carne è debole, pesante e opaca, morbida, inadatta alla contemplazione del vero, stupida, grossolana. Pure il sangue non è che un brodo facilmente infetto. Mi serviva un materiale puro, e molto più puro di ogni metallo, ma che fosse sempre originato dalla Terra e non dall’etere.   

Tra tutti, il mio era senza discussioni il vetro, su esso avevo versato quasi integralmente i miei sforzi di alchimista, ad esso avevo dedicato le mie prime dieci vite, e seppure avessi ancora molto da imparare mi sentivo in grado di gestirlo fino alle vette vertiginose di tessere una corda di sabbia, ammassare vento, o cacciare la lepre col bove. Trovai e indossai la mia vecchia feluca a salamandra. Per pura scaramanzia, le cose sono complesse oltre il razionale, mi dissi, porsi omaggi e realizzai sacrifici al Dio del Fuoco. Poi mi misi al lavoro, nella visione medievale che quello che avevo ancora da imparare era ciò che si impara facendo e sbagliando.

Infatti sbagliai assai all’inizio. In primo luogo sbagliai il colore. Decisi di fare un uomo rosso. Più tardi passai all’unica scelta ragionevole, lo feci trasparente, ma la mia inguaribile vanità mi portò a realizzare tutto il sistema circolatorio in amaranto, cuore compreso. Fu un errore anche quello, ma lo lasciai tale e quale.
Il lavoro fu infinito e arduo oltre ogni immaginazione. Realizzai con la minima cura ogni parte, fino a tutti i capillari, ma la parte dove spesi più tempo fu senza dubbio il cervello. Riprodussi una ad una ogni sinapsi, ogni cellula nervosa, in modo che la mia creatura avesse memorie di me e della sua nascita, oltre a tutto il mio scibile e quanto altro fossi in grado di concedergli. E nacque assai più dotato e intelligente di me, infinitamente più sapiente. Non volevo nascondergli niente.

Feci tutto per lui, per amore di lui, era una creatura del fuoco, io no, ma io non potevo più bruciare, quindi per spedire il lavoro e adattarlo alle sue esigenze, decisi di entrare io stesso nella fornace e prepararlo in situ. La fornace era vasta, vasta per una fornace, lì dentro lui fioriva, io ardevo tra dolori indicibili, senza bruciare. Non aveva importanza, spesi eoni in quella fucina di Sole, fino a che non ebbi completato l’opera. Prendevo il vetro sciolto dal crogiolo, lo lavoravo da un buco appena fuori dalla fornace su un tavolo di metallo, lo riportavo dentro, lo aggiustavo e così via. Soffiare con cura tutto il sistema circolatorio fu una passeggiata a confronto con il sistema nervoso, la parte più gratificante e spedita furono i suoi muscoli d’acciaio, che realizzai con tale perizia!

Il mio uomo puro era la definizione della bellezza. Confesso che, una volta terminatolo, avrei pianto, piansi, ma non si notò. Il calore senza freno non permetteva alle lacrime di formarsi. All’angolo nord-occidentale di quell’inferno, il calore era perfetto per mantenere il vetro morbido, senza squagliarlo. Mio figlio si spostò lì da solo per parlarmi. Sapeva che presto, quando avrei spento il propano, si sarebbe irrigidito e non avrebbe più potuto comunicare con me.

Gli uomini fioriscono e prosperano solo in definite e precise condizioni esterne. Lui non era eccezione, tra i cinque e i seicento gradi era un uomo completo, attivo, sopra si sarebbe fuso, sotto, sarebbe stato una statua, una statua viva. La sua capacità di comprensione mi stupì. Rivelò quasi immediatamente i tratti essenziali dell’esistenza, era una macchina del pensiero puro, un titano dell’intelletto. Il suo pensiero era così impietoso, esatto, assoluto, che dopo essermi sentito vanamente orgoglioso per averlo creato, mi riempii di orgoglio per lui stesso, per i suoi risultati autonomi e ben oltre le aspettative. Non mi sorprese che fosse anche lui profondamente pessimista, un pessimista assai più elaborato e sottile di me, ma mi sorprese che non chiese di essere fuso, non gli avevo certo fatto il torto ti dargli l’istinto di sopravvivenza, né il terrore della morte. Quando finì di parlare, invece, uscì volontariamente dalla fornace, ebbe giusto il tempo di mettersi in piedi, alzare il braccio destro in segno di saluto, il suo volto non sorrideva, ma era sereno e si congelò in quella posa tra l’epico e il familiare, esprimendo con la manifestazione di quella strana volontà di perdurare la sua strana gratitudine per essere stato tratto al mondo. Io non avevo scelta, dovevo perdurare, trovai qualcosa di consolatorio nel suo gesto.

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