Vincere

Ma, gli italiani ci tengono a vincere?

L’Italia è piena di figure riconducibili al paradigma del “coraggioso-virtuoso sconfitto”, il perdente che però non si sottomette e anzi ha gran dignità e taglia morale: la “madre coraggio”, il fratello della vittima di mafia, il prelato che ha preso il posto del predecessore ucciso per salvare ragazzi di strada, ed ora è minacciato anche lui, ma va avanti. 

E potrebbero aggiungersi altri mille esempi, anche in ambiti di minor momento, tanto che persino nello sport questo modello-mito può avere successo ed essere celebrato come prototipo di virtù.
Diverse figure pubbliche appartengono allo stereotipo.

Tutto sommato si tratta dell’esaltazione di chi con dignità e con fermezza è disposto ad assumere persino la sconfitta (un male) pur di salvaguardare un principio; si privilegiano le qualità “interne” della persona, a prescindere dai risultati concreti -e potremmo dire “materiali”- ottenuti, che per lunga tradizione culturale cattolica non sono il punto cruciale dell’esistenza, anzi sono in genere malvisti, considerati non solo come accessori (ben vengano se ci sono, ma non sono centrali), ma persino come probabile sintomo di certa intrinseca e necessaria corruzione personale.

Questa, per inciso, è una differenza tremendamente evidente rispetto a un’altra impostazione della stessa religione, quella protestante, che in genere, invece, vede nel successo materiale proprio un riconoscimento di virtù interiori. Il predicatore tv protestante americano afferma con orgoglio, si vanta, di poter acquistare in contanti un jet privato, ciò discende da un obbiettivo favore che Dio in persona gli concede. Il mago tv italiano, milionario anche lui, non allude mai ai suoi milioni, anzi li nasconde e non solo al fisco.
Entrambe le visioni sono completamente erronee, si basano su fallacie tipiche del pensiero fideistico e religioso, ma l’atteggiamento mentale italiano, ha il grosso limite di non focalizzarsi mai, ma mai, sul raggiungimento di un risultato positivo.
L’altra impostazione ha altre magagne, pure enormi, ma non ne parliamo.

Celebrando sempre l’atteggiamento “retto” interiore, si perde completamente l’obbiettivo della vittoria, la cui ricerca anzi, specie da dopo l’ultima sconfitta bellica -che pure si è cercato di ammantare con la virtù interiore- diviene quasi espressione di piccolezza d’animo, o comunque mostra di caratteristiche personali inaccettabili, disgustose, quali prepotenza, violenza, imposizione, corruzione.
C’è un paradosso evidente in questo modo di descriversi il mondo.
Ci si sente nel giusto e superiori all’altro per motivi interni, diremmo spirituali, che non hanno –o negano, rifiutano- una diretta ripercussione pratica e anzi consegnano alla sconfitta, a uno svantaggio, pur di non realizzare quelle attività materiali che potrebbero portare a un esito trionfale sul piano storico, e non abbassarsi al livello di chi quelle attività realizza.
Non si scende al livello dell’altro! E per non farlo non si compiono le stesse azioni, così ci si allontana da tali aberrazioni, stoicamente (in senso proprio) si preferisce “subire il male piuttosto che accettare di compierlo”.
Al contempo, però, per attribuire il valore all’atto abominevole e rifiutato, ci si concentra, al contrario, solo sui suoi dati esteriori (uccidere o lesionare, per esempio) sulla sua meccanica, e non sull’atteggiamento mentale e le motivazioni che ti muovano alla sua realizzazione.
In tale chiave, uccidere, è sempre e solo la stessa cosa, con lo stesso valore, per qualunque ragione lo si faccia, e da qualunque posizione si parta.
Sia che il gesto lo compia il mafioso per imporre la sua legge feudale e ingiusta, sia che venga compiuto da chi vuole liberarsi dal feudalesimo e passare a una legittima e virtuosa democrazia, per dirne una, esso è male.
Ad esempio, infatti, non è raro in Italia avere commenti che pongono sullo stesso e identico piano aggressore e aggredito, addirittura sentenze che condannano chi risponde alla minaccia violenta con la violenza.
L’eccesso di legittima difesa italiano, non sarebbe neppure lontanamente plausibile in molti altri sistemi, perché quello che rende diversa un’analoga azione (sul piano meccanico: ferire) è la posizione retta o no di chi la compie e non l’atto in sé.

Quindi, però, da una parte e quanto al risultato, quello che conta è l’atteggiamento interiore, che porta ad assumere persino la sconfitta come un esito accettabile, se necessario a non tradirsi, a non abbassarsi al livello di chi realizza il male, ma dall’altra, e quanto alla condotta nel conflitto, ha valore solo il gesto esteriore, e non le motivazioni interne che spingono a realizzarlo, vale a dire, sapere di essere “nel giusto” quanto alla lotta che si compie e volere quindi trionfare.

Con questa mentalità non si vincerà mai nulla, e non ci si tiene a vincere nulla. Semmai basta -ci si accontenta di- una narcisistica dimostrazione di inutile (perché proprio indimostrabile) caratura morale.

Il dato più triste di tutto questo è che il suo fondamento non è affatto complesso e filosofico, non è neppure giuridico, anzi è ovviamente l’applicazione della giustizia a seguire pedissequa le ingiunzioni del sentire sociale ed è frutto di una cultura determinata, ma non è neppure strettamente religiosa: la parola “vincere” è sgradita solo perché ricorda ancora, dopo oltre sette decenni, il leader del fascismo.

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