XI. Estratto da “Storia della Stupidità Umana” di Paul Tabori, Capitolo VIII Mito e Sogno, Par. III, Parte I

Nella biblioteca del conte Alessandro Apponj trovai un libro di considerevole rarità. Fu pubblicato a Parigi nel 1716, da Longueville-Harcourt, ed il suo titolo è: Histoire des persone qui ont vécu plus d’un siecle, et de celles qui ont rajeuni, avec le secret du rajeunissement, tiré d’Arnauld de Villeneuve.

L’autore aveva riunito un singolare gruppetto di persone che erano vissute un secolo o più, e di anziani ringiovaniti; tra essi c’era anche la nostra conosciuta monaca di Monteviedro e l’indù di 370 anni. Ma queste tradizionali figure rivestono meno interesse che il saggio di Arnaldus Villanovanus sull’eterna giovinezza.

Chi era Arnaldus Villanovanus? Uno dei famosi saggi del secolo XIII: medico, astronomo e alchimista, uomo dall’erudizione straordinaria, medico di corte di Papa Bonifacio VIII e Clemente V.

Il saggio pubblicato da Longueville-Harcourt non si trova tra le opere stampate da Arnaldus Villanovanus. È l’autore francese a dirci che il manoscritto fu conservato¸il testo latino passò nelle mani dell’abate Vallemont, che lo consegnò a Longueville-Harcourt-. Che la storia sia o meno autentica, non è rilevante; è un riflesso del sentire spirituale del XIII secolo.

Il metodo descritto nel documento è un modello di logica scolastica; ogni passo è perfetto e ragionevole… ma la sua idea di base è erronea. S’è costruita una piramide regolare, ma montata al contrario, ed il materiale è quello offerto dalla medicina medievale. La premessa alla base della teoria è piuttosto semplice. Le piante, i minerali e gli animali contengono allo stesso modo poderosi elementi curativi delle varie malattie. Si deve solo distillare l’essenza delle droghe più potenti e trovare una terapia durante la quale il paziente che cerca di ringiovanire, assorbe la panacea universale di ogni male nella dose giusta. Se il soggetto osserva scrupolosamente le regole, il risultato finale dovrà essere il ringiovanimento.

Prima di tutto è necessario ottenere un po’ di zafferano orientale, foglie di rosa rossa, legno di sandalo, radice di aloe e ambra grigia. Questi materiali saranno ridotti in polvere e mescolati con cera ed oli essenziali. L’unguento così ottenuto è una pasta e va spalmato sulla regione cardiaca tutte le notti prima di coricarsi.

Poi la dieta; la sua durata dipende dal temperamento del paziente. La più breve è di sedici giorni, la più prolungata di trenta. Il menù è piuttosto semplice: una gallina al giorno, preparata in brodo.

Ovviamente non si tratta di un volatile qualsiasi… ma di una gallina alimentata per due mesi con uno speciale mangime.

Questo cibo per polli era un po’ strano… era fatto esclusivamente di vipere (è necessario qui ricordare che per vari secoli l’Europa ebbe l’ossessione delle vipere. Si attribuivano miracolosi poteri curativi non solo alle vipere ma anche al “balsamo triacale” che da esse si otteneva. Il balsamo era venduto in piccoli recipienti tondi chiamati “trochisci” –di qui il nome di droghista o droghiere-).

Ovviamente le galline non erano affatto disposte a mangiare vipere con la stessa facilità con la quale assalivano i lombrichi. Era necessario seguire un altro metodo. In primo luogo si spellavano le vipere, si toglievano testa e coda, si lavavano in aceto, si sfregavano in sale e sminuzzavano. Si poneva la saporita cibaria in un recipiente, e si mescolava in parti uguali con rosmarino, anice, aneto, con mezzo chilo di semi di comino; poi si riempiva il recipiente con acqua pura, e si poneva sul fuoco. Quando l’acqua evaporava si aggiungeva una buona porzione di grano e si cucinava il tutto fino a che il grano non avesse assorbito tutte le qualità delle vipere. Il mangime era pronto; si realizzavano delle palline, involte in crusca e si davano alle galline.

Per la durata della cura il paziente doveva limitarsi a ingerire due piatti giornalieri di bordo di gallina con un po’ di pane. Una volta concluso il periodo della dieta, il soggetto doveva fare dodici abluzioni -a stomaco vuoto– in acqua profumata con certe erbe. È inutile negare che tale costrutto era logico e ragionevole.  Non è possibile alimentare il paziente con carne di vipera, ed allora si faceva in modo che l’effetto medicamentoso delle vipere fosse assorbito dal grano, il grano mangiato dalle galline, e le galline consumate da chi bramava il ringiovanimento.

Fino ad ora la questione va speditamente. Immediatamente segue la piece de résistance della cura, l’essenza miracolosa che pugna nel corpo ben predisposto (ben predisposto dal brodo di gallina e l’impiastro sul cuore) contro i processi tossici del ringiovanimento: e trionfalmente si rinnova la giovinezza.

I medici medievali, eredi dell’antica medicina araba e greca, alimentavano innumerevoli superstizioni sull’effetto di sostanze assolutamente fantastiche e costose. Credevano nel potere curativo delle pietre preziose, di perle e coralli, denti di ippopotamo, avorio, cuore di cervo, etc.

Villanovanus collezionò le sostanze dall’effetto più poderoso, e concepì una ricetta irresistibile. Non riproporrò qui le proporzioni, è poco probabile che qualcuno dei miei lettori voglia rifare la mistura.

Sono necessari i seguenti ingredienti: oro, giacinti, corallo rosso, radice di aloe, smeraldi, limatura di avorio, legno di sandalo, rubini, cuore di cervo, perle, topazi, ambra grigia, zaffiri, corallo bianco, muschio.

Questi ingredienti andavano ridotti in polvere e mescolati ad olio di limone e di rosmarino, addolciti con zucchero, e la pozione andava presa in misura di mezzo cucchiaino dopo ogni bagno.

Dopo un breve lasso di tempo si osservavano i risultati: la fiorente primavera della gioventù rimpiazzava l’usurato e secco inverno dell’anzianità. Il processo andava ripetuto ogni sette anni. Chi lo avesse seguito coscienziosamente avrebbe recuperato la propria giovinezza volta dopo volta.

L’incredulo che chiedesse perché il grande alchimista non avesse provato lui stesso il miracoloso elisir, e perché non lo vediamo nel nostro secolo come prova meravigliosa della grandezza della medicina medievale, riceverebbe la decisa risposta: Arnaldus Villanovanus lo avrebbe senz’altro fatto se gli fosse stata data la possibilità. Ma purtroppo la nave dove viaggiava dalla Sicilia a Genova naufragò e lui perì affogando.

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