XI

Un albero, e senza fare alcun rumore, mi era esploso quasi in faccia… a una ventina di metri, dai! Come un fuoco d’artificio, i rami partivano dal centro e si estendevano per metri, poi un altro albero e poi tanti, tutti di colori diversi, come in autunno. Il giallo era quasi accecante, tanto era vivido e illuminato, ma c’era una tale parata di tinte, verdi chiari, rossi accesissimi, stagliati sul cielo di smalto pomeridiano azzurro al primo giorno di freddo, che rimasi imbambolato fino che non fece scuro.

Allora mi resi conto di trovarmi in Rue de la… non ricordo quale di preciso, quel posto a Parigi, quel bistrò famoso con quel gran e problematico lampadario di cristallo, vicino al ristorante giapponese per cannibali, l’unico al mondo abilitato a vendere carne umana. La sua apertura fu molto controversa, ricordo che ci furono proteste innumerevoli, molta gente resistette e con tenacia all’idea, per qualche motivo. Furono formulati tutti i tipi di argomenti contrari, furono sollevate questioni di ogni genere, ma che problema può dare un lampadario di cristallo dopotutto? Per grande che voglia essere!?

Questioni di igiene, salute, sicurezza, anche molto ben concepite, va detto, fino alle meno brillanti, di opportunità, di buon gusto, costume, identità culturale. Alla fine però concessero una licenza, lo fecero aprire, secondo me per la vittoria implicita del solo argomento della varietà. Si sa che la gente, ma soprattutto a Parigi, ama avere di tutto, ogni opzione possibile, anche se poi non la usa, ma intanto ci sta. Pure saggio, da un certo punto di vista!

Lo stesso, guarda caso, ma in tono più dimesso, successe per il ristorante giapponese lì di fronte. Quel posto è davvero per pochi, infatti. Io non ci sono mai entrato, ci sono entrato una volta sola, ma per sbaglio; c’è una serrata selezione alla porta, ma il portiere era fuori posto per qualche ragione e non potette selezionarmi. Mi confusi col negozio che ripara televisori anni ‘80, proprio lì di fianco, in cui ero diretto per comprare un Telefunken ancora rotto per dei pezzi che mi mancavano, quello di “noi siamo scienza, non fantascienza”… sarebbe una lunga storia e non troppo interessante a dire il vero. Vita vera, mica un film!  

Scoperto l’errore non uscii subito però, mi feci prendere dalla curiosità dell’acquario sotto il pavimento e il ruscelletto di carpe koi che decora squisitamente il posto. Il rumore dell’acqua ha un qualcosa di ipnotico, qualcuno stava mangiando, ma non si vedeva dall’androne, forse dei tavoli nel patio erano occupati nonostante il freddo, sentivo ridere allegramente una donna o due. Prima di uscire scorsi il menù, era scritto in modo veramente poco giapponese, con bel corsivo vecchio stile, classico su un treppiede da cerimonie. Infatti non capisco nemmeno perché lo chiamano “giapponese”; non ricordo bene, ma mi pare c’era una portata di rognone ai funghi trifolati con qualche crema o salsa o riduzione, una con qualche albicocca, qualcosa all’albicocca e sherry, o una cosa del genere, un’insalata a cui avevano apposto lo strano qualificativo per un’insalata di regale o grandiosa, o altrimenti inarrivabile, insalata imperiale, alla Tiberio, o Nerone, forse. Ma ci saranno state una trentina di opzioni, tra antipasti, secondi, stinchi, rotisserie, piatti vegani pure…

Mi chiesero se avevo prenotato e a quel punto chiarii il qui pro quo. Il maître era davvero cordiale, ricordo che ci facemmo una risata di circostanza, ma davvero ben fatta, come se fosse spontanea, e mi accompagnò assai cortesemente alla porta, ma ricordo anche che prima di voltarsi lo sorpresi in uno strano ghigno che aveva qualcosa di malefico, con una smorfia odiosa e infida. Doveva essere un ometto di un metro e sessantacinque, tiè settanta, affilato con un baffetto nero nero, pure sottilissimo e molto elegante. Indossava un frak; probabilmente per pura suggestione, lo preciso, non vorrei dare l’impressione che le mie parole abbiano alcun fondamento, per pura suggestione, dicevo, ebbi l’impressione che da dietro stesse scrutandomi come pezzo di macelleria, già che non ero, e che non potevo essere cliente. Credo che il piatto più economico era comunque a quattro cifre.

Forse questo è un pregiudizio, eh! Che le persone cerchino di vederti come qualcosa da cui poter sempre e solo trarre un profitto o un beneficio. Che diamine! C’è così tanta gente generosa e disinteressata in giro! E che in questo specifico caso, considerando il tipo di attività che lì si svolge, il mancato cliente possa entrare in gioco solo dalla porta del magazzino. Probabilmente, ma speculo, eh, non lo so per certo, i cadaveri forniti al posto sono tutti dei cadaveri certificati in qualche modo rigoroso, tipo mercato equo-solidale del caffè, e ci si assicura che non possano pervenire per vie illecite e pericolose, e che poi tutti siano di esemplari estremamente sani, di eccellente qualità, come succede per i diamanti nelle gioiellerie. Di certo non vorrei spendere decine di migliaia di rettangoli stampati dalle zecche e assunti con ore di duro lavoro, per pezzi di carne meno che perfetti, malati, di ospedale, o contrabbandati, o in ogni modo illegali. Già che ci sono voglio tutto preciso e credo che i ricchi pure non vogliano sporcarsi le mani con nulla di illegale o con lo sfruttamento. E poi nessuno arriverebbe mai a voler lucrare sulla morte altrui! Figuriamoci! E davanti a tutti!  

Decisi di entrare nel bistrò, fame no, ma mi era venuta sete e sapevo che lì avrei trovato una birra Pilsner che si vede raramente in giro, dal nord Italia, Bolzano, credo, o Trieste, sì, Trieste. Ero accaldato dallo sbalzo di temperatura, mi tolsi con ampi movimenti da tuareg la sciarpa fatta a mano dalla mia genitrice, un regalo di Natale. Dio come mi bruciavano gli occhi sotto le lenti appannate! A causa dell’immane lampadario e dei suoi cristalli, non riuscivo a vedere un accidente, ma al contempo non sentivo alcun dolore, anzi una sensazione quasi piacevole, come di strano pulsare irradiato e leggerissimo massaggio orbitale. Era come se fossi in un guscio di luminosa madreperla, argento. Chiesi due birre. Le prendo sempre in coppia, o in copia, come disse quel mio amico, appresa la mia strana abitudine. Ma non si scaldano? No! Mica bevo come una lumaca!

Amo il rumore secco del vetro di qualità sul marmo pulito. So che non si fa, ma dopo il primo lungo sorso mi concessi un bell’aaaaaah! Bello persistente e soddisfatto, sonoro. Il barista parve averlo apprezzato. Sai che certi baristi ci tengono a fare un buon lavoro, a sapere che quello che fanno è rilevante e piacevole nella vita di tanti. E a me fa piacere farglielo notare. Mi rispose con un cenno per intenditori. In America gli avrei lasciato la mancia, a Parigi non si usa tanto.    

Solo il giorno dopo venni a sapere che l’estrema sensibilità oculare di cui avevo sofferto doveva essere un effetto collaterale di una sostanza allucinogena psicotropa assunta a mia insaputa. Le mie colleghe mi raccontarono che il nostro capo aveva sciolto delle pasticche di acido che aveva addosso nel boccione di acqua comune. Gli era arrivata una soffiata che stavano per perquisirgli l’ufficio e noncurante delle conseguenze per la vita altrui, aveva deciso di disfarsene in tal modo, dato che la toilette era occupata. Aveva preferito mettere a rischio la nostra vita, violare la nostra sacra “ippocraticità”, che aspettare il suo turno, correndo per giunta un rischio minimo. La polizia arrivò solo una mezz’ora dopo e si sa che non sono veloci. Tutto questo nelle parole confuse e sgrammaticate di Amanda. Io non bevevo mai dal boccione comune, mi fanno senso le cose in comune, ma proprio quel giorno avevo deciso di mostrare a tutti di non essere un mostro.

L’intera storia si rivelò poi essere un tremendo equivoco se non una bufala bella e buona. Non avevo assunto niente, il capo non trafficava in alcunché di illegale. A dire il vero l’esperienza sarebbe stata da qualificarsi come piuttosto piacevole e interessante, tanto che fui tentato, mentre ero ancora in errore, di ripetere il tutto a scadenze regolari e affibbiare al mio capo la colpa di aver sviluppato una dipendenza da sostanze illecite. Decisi però di non farlo già da prima che l’imbarazzante diceria fosse debellata. Tutto è bene quel che finisce bene. Mi limitai a rivedere le mie idee sulla infrangibile legalità delle carni dei ristoranti parigini, però. E quella diffidenza, un po’ attutita dalle correzioni sull’accaduto, rimase comunque.

Questa volta tornai al bistrò senza passare per il tanto costoso posto per ricchi annoiati, trovai lo stesso barista, ma la mia birra preferita non era pervenuta in tempo, la scorta era finita, aspettavano un nuovo carico per la settimana ventura. Per rimediare mi omaggiò con un sostituto di suo gradimento e non volle un soldo. 

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