XII. Estratto da “Storia della Stupidità Umana” di Paul Tabori, Capitolo VIII Mito e Sogno, Par. III, Parte I

Verso la metà del secolo XVIII una nuova prospettiva di ringiovanimento infiammò Parigi. Perché mai cercare l’eterna gioventù a Bimini, quando si trovava lì stesso, a portata di mano? Il sangue, il fluido vitale, era presente ovunque; circolava nelle vene dei giovani. Bastava utilizzarlo a beneficio degli anziani… e ne sarebbe comunque rimasto abbastanza per i rispettivi proprietari.

Robert Desgabets fu il primo a concepire l’idea della trasfusione di sangue. Ma si occupò solo dell’aspetto teorico del problema; pochi anni dopo tuttavia, nel 1664, Richard Lowers, medico e fisiologo inglese, effettuò con successo l’operazione utilizzando due cani. La notizia diede speranze a Jean-Baptiste Denis, medico di corte di Luigi XIV, e il galeno si propose di speriemtare su esseri umani.

Si trattava di un maldestro tentativo a tentoni, se confrontato con le meraviglie della moderna medicina. L’obbiettivo finale era il ringiovanimento; e si credeva che si sarebbe ottenuto estraendo sangue vecchio e introducendo sangue giovane. Le dame di Parigi, così ostili all’invecchiamento, attesero con eccitazione l’esito dell’esperimento.

Un giornalaio malato ed anemico si offrì come cavia; affermò che poco gli importava della possibilità di un risultato negativo. Tanto non aveva niente da perdere! Il dottor Denis dapprima realizzò una trasfusione di sangue di agnello; miracolosamente il soggetto recuperò nuove forze.

La seconda trasfusione pure fu un successo, e Denis si predisponeva ad organizzare un ospedale consacrandolo al “rinnovamento del sangue”, quando il terzo paziente morì… probabilmente perché il gruppo sanguigno era differente. La vedova andò in tribunale esigendo un indennizzo e vinse la causa.

La sentenza dei giudici vietò ulteriori esperimenti di tal fatta, e così come in tanti altri casi qui si  infranse una speranza dell’umanità.

Ma i mortali condannati a soffrire l’inverno dell’anzianità, e a cavillare sui ricordi di antiche primavere, non potevano rassegnarsi ad accettare il corso naturale delle cose. Si rivolsero alla Bibbia, ripassarono con attenzione i passaggi del Libro Primo dei Re, nel quale si narra di un certo incidente nella vita di David: “siccome il re era vecchio, lo coprivano di vestiti ma non si scaldava. Il suoi servi pertanto gli dissero: cerchino al mio signore il re una fanciulla vergine affinché stia dinanzi al re, e lo copra e dorma al suo fianco, e scaldi il mio signore e re. E cercarono una fanciulla bellissima fino ai confini di Israele e trovarono Abisag Sunamita, e la trassero al re. E la fanciulla era bellissima, e scaldava il re, e lo serviva, però il re non la conobbe mai”.

Il testo  biblico non dice nulla sul metodo di ringiovanimento, probabilmente ci si aspettava che il vecchio re si sentisse confortato dallo spettacolo della gioventù, che in tal modo gli si proponeva; e così, grazie ad una antica superstizione medica, Abisag fu utilizzata anche come “borsa d’acqua calda”.

Ma l’innocente testo –egli “non la conobbe”- svegliò notevoli speranze in vecchi e malati. La storia di Abisag la sunamita condusse alla strana moda del sunamitismo. Conobbe il suo apogeo a Parigi nel secolo XVIII, quando la moralità dell’epoca e lo spirito del secolo, si trovarono nel loro punto più infimo, e i cavalieri decrepiti nutrivano speranze di recuperare la loro virilità attraverso tale peculiare cura.

La scheda più dettagliata si trova nelle memorie di Rétif de la Bretonne, lo strano personaggio nelle cui opere –ancor più strane- si delinea la fisiologia, la geografia e l’etica delle notti di Parigi.

Il nome della procacciatrice di sunamite che svolgevano il ruolo di “borse d’acqua calda” era madame Janus. Nel suo “istituto” la donna aveva quaranta giovani ben addestrate. Il prezzo della cura di diciotto franchi, le ragazze ne ricevevano sei, e madame Janus dodici. La cura completa durava ventiquattro giorni… o meglio, ventiquattro notti. Tre coppie di ragazze erano preposte al servizio, e si avvicendavano ogni otto giorni. La diligente imprenditrice era attenta al dettaglio: una ragazza era mora, l’altra bionda. Neppure il più intransigente moralista avrebbe avuto nulla da obiettare sulla faccenda, difatti si impiegavano solo giovani di incensurabile reputazione e perfetta innocenza.

In consonanza con la concezione “scientifica” generale, solo le fanciulle erano in grado di somministrare la cura… altrimenti c’era da temere che avrebbero fatto più male che bene. Per maggior sicurezza il cliente depositava in garanzia una somma considerevole; e se non compiva le regole perdeva il deposito.

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