XIV. Estratto da “Storia della Stupidità Umana” di Paul Tabori, Capitolo VIII Mito e Sogno, Par. IV, Parte I

Se l’alchimista poteva preparare nei suoi alambicchi e serpentine una pozione capace di creare l’eterna gioventù –vale a dire era capace di vincere la morte- perché non si sarebbe potuto magari raggiungere il successo all’altro estremo della linea biografica?

Lì dove si delinea dinanzi a noi l’eterno enigma della nascita. Perché, ragionavano gli indomabili sognatori, non si poteva creare artificialmente la vita? L’homunculus, l’essere umano creato dall’uomo, cominciò da Paracelso a ronzare nelle caverne degli alchimisti. Fino ad allora ne esistevano solo vaghe concezioni. Paracelso fornì le prime istruzioni dettagliate del metodo da seguire.

Quest’uomo favoloso nel cui cervello pareva che si fossero combinate una dozzina di forme intellettuali –che fu ora medico di successo, ora ciarlatano, ora brillante inventore, o confuso adepto delle scienze occulte- riassunse nella sua opera De Natura Rerum, le conoscenze dell’epoca sull’homunculus: “s’è discusso molto se la natura e la scienza non ci hanno dato i mezzi per creare un essere umano senza bisogno di una donna. Secondo me l’impresa è perfettamente possibile e non contraddice le leggi naturali.

Ecco come procedere: si collochi una buona quantità di seme umano in un lambicco. Una volta chiuso lo si manterrà a una temperatura identica a quella interna di un cavallo” (vale a dire l’alambicco andava sepolto in sterco di cavallo) “fino a che inizia  crescere e a vivere e a muoversi. A questo punto già avrà forma umana, ma sarà trasparente e privo di sostanza.

Per altre quaranta settimane dovrà essere scrupolosamente alimentato con sangue umano e mantenuto nello stesso luogo caldo, terminato il periodo si otterrà un bambino vivo e vero, come quelli che nascono dalle donne, ma molto più piccolo. È ciò che denominiamo homunculus. Deve essere trattato con attenzione e diligenza fino a che non cresca abbastanza e cominci a mostrare indizi di intelligenza”.

Il resto è avvolto dalla caratteristica nebbia di Paracelso. Ma in definitiva risulta che l’homunculus va considerato una creatura utile; siccome deve la sua esistenza al sapere scientifico, conosce già tutto senza bisogno di educazione, ha familiarità con i segreti più reconditi della Natura, può aiutare i suoi padroni nella realizzazione di portentose imprese.

Il grande ciarlatano era di sicuro appagato dalla sua erudizione e non aveva bisogno di bambolotti artificiali, e difatti i biografi non segnalano la presenza di un homunculus tra i gli appartenenti alla sua famiglia. Gli alchimisti che lo seguirono neppure alludono alla realizzazione di esperimenti con bambini creati in fiala. Conosciamo un solo caso in cui non uno, ma dieci homuncoli furono creati nel laboratorio di un alchimista.

Un uomo chiamato Kammerer segretario del conte Francesco Giuseppe Kueffstein (1752-1818) passa in rivista dettagliatamente, dal 1773 in poi, le spese, le entrate, i viaggi e gli atti quotidiani del suo signore (tale diario fu pubblicato la prima volta nell’almanacco oculistico Le Sphinx poi fu ristampato da Jean Finot nella sua opera La philosophie de la longevité. Kueffstein fu un ricco proprietario ed alto funzionario della corte di Vienna). Il diario riporta con lo stesso secco stile storie così diverse come il costo delle taverne, della polvere di riso usata per le parrucche, o il metodo di creazione dei dieci omuncoli.

Secondo tale cronaca, durante i suoi viaggi in Italia, il conte Kueffstein conobbe l’abate Geloni. E questi si sentiva attratto tanto quanto il conte dei misteri dei Rosacroce. I due uomini si rinchiusero nel laboratorio di Geloni e passarono cinque settimane esplorando giorno e notte i misteri della vita. Una così tenace laboriosità fu premiata dal successo: un dato giorno le creature della scienza cominciarono ad agitarsi negli alambicchi.

Coi suoi stessi occhi, il sorpreso segretario vide i dieci omuncoli: un re, una regina, un architetto, un monaco, un minatore, una monaca, un serafino, un cavaliere, uno spirito azzurro e uno rosso.

Ciascuno di loro si trovava in un recipiente da mezzo gallone, pieno d’acqua e chiuso con cura. I recipienti furono portati in giardino e interrati in una aiuola. Per quattro settimane si innaffiò l’aiuola con misteriose conoscenze, dopo di che cominciò a fermentare.

Tale fermentazione esercitò senza dubbio un considerevole effetto sulle piccole creature che iniziarono a strillare come topi. Al ventinovesimo giorno si rimossero gli alambicchi che furono portati in studio e dopo qualche giorno di “trattamento complementare” Kammerer poté vedere ancora le loro nuove relazioni. Rimase sorpreso dal cambiamento che avevano sofferto. Erano cresciuti, erano più sviluppati ed era facile discernere le caratteristiche della loro vita futura. Gli uomini avevano la barba e le donne avevano fascino e bellezza. L’abate gli aveva dato vestimenti e il re aveva corona e scettro, il cavaliere spada e lancia, e la regina un costoso collier.

Ma man a mano che crescevano aumentavano le difficoltà. Era necessario alimentarli ogni tre giorni secondo alcune ricette segrete, ed in ogni occasione si doveva chiudere i recipienti, dato che i prigionieri mostravano una recente inclinazione per la fuga. Ad ogni modo manifestavano un cattivo carattere; in una occasione, mentre riceveva il cibo, il monaco morse il pollice dell’abate (antagonismo professionale?).

Fino a qui le annotazioni di Kammerer sembrano perfette imitazioni dei racconti fantastici di E.T.A. Hoffmann o di Edgar Allan Poe. Ma ora ecco un dato reale: il conte tornò a Vienna e presentò le sue “creature” alla loggia Rosacroce locale. Il segretario non riferisce dettagli della notevole esposizione; dice solo che uno degli spettatori fu espulso dal conte perché osò chiamare gli omuncoli “orribili rospi”. Inoltre menziona un certo conte Thun che prese per buono tutto quanto detto e fatto da Kueffstein, e posteriormente collaborò agli esperimenti realizzati dal medesimo.

Tale conte Thun era conosciuto allora a Vienna. Era un “medico miracoloso”, e si affermava che curasse i pazienti solo toccandoli. La sua carriera si concluse a Leipzig nel 1794 quando nella sua sala d’attesa si riunì una enorme quantità di pazienti, ragione per la quale fu impossibile prestare attenzione a tutti. Per risolvere il problema si limitò a bendar loro gli occhi e ordinare ai suoi aiutanti che eseguissero le abituali manovre.

Ma si scoperse l’inganno e il conte sparì dalla vista del pubblico.

(Visited 217 times, 1 visits today)

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.