XVII. Estratto da “Storia della Stupidità Umana” di Paul Tabori, Capitolo VIII Mito e Sogno, Par. IV, Parte IV

E che dire delle opinioni esperte dei medici di Montpellier? Non era possibile criticarle troppo duramente, dopotutto nel secolo XVII, si credeva ancora e generalmente che il vento poteva fecondare la matrice femminile.

Come in tanti casi simili, l’origine di questa particolare teoria biologica si trova nella letteratura classica. Nelle sue Georgiche (111, 271) Virgilio canta a Zeffiro, il vento dell’ovest che è capace di fare da padrino e di fecondare il ventre delle giumente. Plinio spiega in termini scientifici questo miracolo, e lo espone con la sua abituale sintesi: “è ben saputo che in Portogallo e nei distretti di Lisbona e Tagus, le giumente scappano dal vento dell’ovest e sono fecondate da esso. Gli stalloni nati da detta unione sono estremamente veloci, ma non vivono più di tre anni.” (Lib. VIII, e. 421/2.)

Pierre Bayle, nelle note al suo saggio Hippomanes, considerò che tale mito abbisognava di dettagliata discussione. Un considerevole numero di autori latini (Varro, Solinus, Columella, etc.) presero molto sul serio la capacità amorosa del vento. Il fatto avrebbe potuto avere poca importanza, ma il fatto è che questo nocivo vento continuò a soffiare fino alla fine del XVI secolo.  Tra i molti rappresentanti della teoria, Bayle annovera Luis Carrion, professore dell’università di Lovanio, e fermo sostenitore di tali concetti. Questa particolare concezione fu tipica dell’uomo di scienza chiuso nel suo studio, che preferiva credere all’autorità di un libro piuttosto che ai viaggiatori che avevano visitato il Portogallo e che avevo chiesto invano di vedere le cavalle fecondate dal vento. Nessuno le aveva mai viste, tutte le giumente affermavano che i loro stalloncini erano stati fatti nel loro legittimo matrimonio.

Gradualmente si scoprì l’origine della leggenda. Anticamente, marinai fenici avevano esplorato la costa occidentale d’Iberia, tornando indietro con la notizia che la soave brezza oceanica fertilizzava il suolo; nei ricchi pascoli correvano cavalli veloci come il vento… come se il vento stesso fosse stato il padre di quei begli animali. Qualcuno confuse gli elementi della metafora, li mescolò con un guazzabuglio scientifico, e li presentò al mondo.

Il parlamento di Grenoble non avrebbe osato emettere la celebrata sentenza se tali leggende non fossero state considerate all’epoca come veridiche. Se le giumente portoghesi avevano sfidato le leggi della Natura, perché mai non sarebbe stato possibile che una dama francese concepisse in tal modo?

Approssimativamente cento anni dopo, a metà del secolo decimo ottavo, la Società Reale di Londra si occupò di un caso simile. Non si conoscono i dettagli della discussione e dei suoi frutti, ma la questione fu senza dubbio molto pregna, come dimostra l’amara satira vergata da Sir John Hill, nemico giurato dell’Accademia, sotto lo pseudonimo di Abraham Johnson. Fu un libro molto popolare e giunse persino alla biblioteca di Maria Antonietta. Il suo titolo: Lucina sine Concubitu.

Sir John partiva dalla concezione scientifica contemporanea secondo la quale l’aria abbondava di piccole creature invisibili ad occhio nudo.

Se entravano nell’organismo femminile prendevano forza, e in condizioni favorevoli si trasformavano in esseri umani. E questa era la spiegazione dell’incremento della razza ippica portoghese: il vento dell’ovest traeva una considerevole quantità di tali esserini. L’autore, Abraham Johnson, affermava di aver inventato uno strumento chiamato cilindricocatoptrico-rotondo-concavo-convex. Con esso aveva estratto dal vento un certo numero di tali esserini e li aveva stesi su carta come fossero uova della larva della seta. Al microscopio si vedevano bene come uomini e donne in miniatura ma perfettamente sviluppati. Nell’interesse della scienza aveva continuato l’esperimento: obbligò la sua domestica a inghiottirne alcuni mescolati in alcool… e la ragazza rimase incinta.

La maligna satira spogliò per sempre lo zeffiro del suo glorioso ruolo di monta. Naturalmente i francesi si occuparono della questione, e un anno dopo apparve una “satira della satira”, con il suggestivo titolo: Concubitus sine Lucina, ou plaisir sans peine (Londra, 1752).

Uno degli aspetti più divertenti del caso fu che il grande Albrecht Von Haller prese sul serio il problema e lo incluse nella sua Bibliotihera Anatomica. L’esempio delle giumente portoghesi fertilizzò la fantasia dei novellatori, anche se in questo ultimo caso la faccenda non ineriva alla paternità del vento, ma della neve. La collezione Cent Nouvelles Nouvelles, (pubblicata per la prima volta nel 1432) riporta la storia del mercante che torna dopo un’assenza di dieci anni, e trova in casa un bimbo in più di quelli che aveva lasciato. La sposa aveva già approntato una spiegazione: “giuro di non aver conosciuto altro uomo che te. Tuttavia, un mattino scesi in giardino a raccogliere un po’ di acetose ; strappai una foglia e la mangiai. Sulla pianta era caduta un po’ di neve fresca. Appena la ingoiai sentii la stessa sensazione che avevo sentito le volte anteriori che ero rimasta incinta. È evidente che questo bel bimbo è nostro figlio.” Lo sposo era uomo discreto e prudente; finse di credere alla storia. Aspettò qualche anno, fino a che il bimbo non crebbe e allora lo portò con sé in viaggio di affari, e lo vendette come schiavo in Africa per cento pezzi d’oro.

Quando tornò la sposa gli chiese del figlio. “Ah, cara mia”, sospirò il mercante, “quando sbarcammo in Africa, il calore era terribile, e il ragazzo, che era figlio della neve, cominciò a squagliarsi. E prima che riuscissimo ad aiutarlo si dissolse dinanzi ai nostri occhi. L’aneddoto persistette per secoli; anche in forma di racconto scherzoso dimostra che tale forma di paternità non era allora considerata impossibile. Successivamente Grécourt utilizzò lo stesso tema nel suo poema L`Enfant deneige. L’ungherese Samuel Andrad, in un’altra versione trasformò l’acetosa in ghiacciolo, come più probabile motore di fertilità.

Uno dei più coloriti esempi di paternità a “distanza” fu usato dal famoso scrittore Maurus Jokai, nel suo romanzo Un avventuriero famoso nel secolo XVII. Naturalmente Jokai ampliò e sviluppò la storia originale condensata in poche frasi nella fonte usata dall’autore: la Rheinnischer Antiquarius. L’avventuriero si sposò con una ricca ragazza olandese, che persuase lo sposo della convenienza di andarsene nelle Indie Orientali per acquisire fama e ricchezza ai tropici.  Al volgere di pochi anni ascese al livello di alto funzionario e tornò a casa dove trovò un bambino. La sposa aveva preparato una spiegazione: una certa notte, in cui fremeva di trovarsi vicino al suo sposo, si vide miracolosamente trasportata fino alle Indie Orientali, e tornò a casa dopo il breve interludio coniugale. Lo sposo si comportò in modo sensato e finse di credere al racconto; ma poco dopo se la portò in un breve viaggio e la spinse dentro delle sabbie mobili, dove lei perì miseramente.

Possiamo affermare che con tale citazione nel sonno si è completato il circolo: siamo tornati al sogno della vedova di Montpellier. Il racconto olandese fu incluso nel libro di Martin Zeiler: Miscellanea oder Allerley zusammen getragene politische, historische und andere Denckwürdige Sachen (Norimberga, 1661). Zeiler, professore dell’Università di Ulm, affermò che possedeva informazioni definite sul caso. Era successo a Vlissingen, solo quattro anni prima, della pubblicazione del suo libro; e la vedova in questione era stata trasportata in India da “spiriti benevoli”.

Dopo gli esempi anteriori il viaggio della signora Samuel Guppy riveste, per certi versi, il ruolo di anticlimax. Si affermò che la buona signora aveva realizzato la sua escursione nel 1871, e che si era vista “precipitare istantaneamente” nella sua casa a Higsbury, via Lambis Conduit, a tremila miglia di distanza dove cadde rovinosamente nel bel mezzo di una seduta spiritica. Nel suo libro Folletti e spiritelli d’Inghilterra, Harry Price dice: “naturalmente tutta la faccenda fu un inganno; ma questo moderno “transito di Venere” (di minor momento e del peso di 107 libbre) non fu mai formalmente smentito. E, forse fortunosamente, l’escursione notturna non ebbe altre conseguenze… la famiglia Guppy non aumentò.

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